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Parafrasando una celebre scena de La vita è bella, il titolo di questo intervento riassume, in maniera molto stringata, i contenuti della votazione del prossimo 9 febbraio sul divieto di discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Una definizione sicuramente semplicistica e riduttiva, d’accordo; tuttavia le motivazioni portate a sostegno delle proprie tesi dal comitato referendario sono di una vacuità sconcertante, che rasenta il grottesco ma che, sotto sotto, nasconde altresì un serio pericolo per la nostra democrazia.

Si legge, ad esempio, nelle spiegazioni allegate ai formulari per la raccolta firme, che uno degli scopi dichiarati (in un italiano stentato) del referendum è la difesa dell’assunto per il quale “la (?) pasticcerie devono ancora ancora avere il diritto di rifiutarsi di preparare una torta nuziale per le coppie omosessuali” (cit.), arrivando a concludere che bisogna imperativamente dire “no alla a (?) una norma che sa di censura!”.

Ora – tralasciando l’annotazione che tra tutte le categorie lavorative quella dei pasticceri è tra le più gay friendly – la diatriba tra libertà di opinione, di espressione e di culto da una parte, e censura dall’altra, qui, non c’entra nulla. In Svizzera, per fortuna, questi diritti fondamentali sono garantiti costituzionalmente e consolidati da una corposa giurisprudenza; si veda, ad esempio, la risoluzione del 2018 del Consiglio di Stato sulla questione del rosario in piazza a Lugano, organizzato dai fondamentalisti di Helvetia Christiana durante il primo Pride in Ticino.

Nel caso specifico di questa votazione, semmai, il tentativo è quello di assecondare un malcostume che si è fatto largo negli ultimi anni e che trova terreno fertile soprattutto in rete, ovvero in quei luoghi virtuali dove sembrano vigere regole di convivenza diverse rispetto a quelle della società civile. In particolare, i social network, per dirla con Umberto Eco, “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Un diritto di parola che troppo spesso – aggiungo io – sconfina nell’insulto gratuito e nelle volgarità più turpi. Soprattutto contro i diversi, i più deboli, le minoranze. Votare no all’estensione della norma del codice penale che intende punire le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale significa sdoganare la politica del disprezzo, spacciata goffamente come difesa di un (presunto) diritto fondamentale all’insulto sistematico.

Senza contare il pericolo insito nel paradosso istituzionale di chiedere al popolo di sancire con una votazione quella che è solo una bieca discriminazione; una posizione che – tra le altre cose – viola l’articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 8 della Costituzione svizzera. Una richiesta, quella dei promotori del referendum, che altro non è se non un primo passo verso l’instaurazione di una democrazia illiberale che se ne infischia del principale valore fondante del nostro Paese, ovvero la difesa delle minoranze.

E tutto ciò per permettere ad un simpatico pasticcere omofobo di Brüttisellen di appendere alla porta del suo negozio, in una viuzza grigia a fianco dell’aeroporto militare di Dübendorf, un cartello con la scritta “Vietato l’ingresso ai cani e ai froci”. Anche questa è democrazia e libertà di espressione, bellezza… O forse no?

Andrea Stephani, Gran Consigliere per I Verdi

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