Di Deborah Meili, Candidata al Consiglio nazionale “Verdi e sinistra alternativa – Giovani Verdi”.

L’innovazione tecnologica professata dagli ambienti neoliberisti come semplice panacea a tutti i mali non può essere la soluzione ai complessi problemi ambientali cui siamo confrontati. È necessario un approccio profondamente critico e multidisciplinare. Dobbiamo urgentemente riconoscere che la nostra società, dai vertici politici a quelli economici, è permeata da ideologie tossiche basate su logiche fallaci che portano alla sovrapproduzione di beni e a gravosi danni ecologici e sociali. Innanzitutto, vi è la famigerata crescita economica: la formula magica dei politici dominanti per il benessere e per tranquillizzarci che tutto va bene e un futuro prospero ci attende. Eppure questo dogma onnipresente equivale a correre a 200km/h in autostrada, senza le mani sul volante e negando con forza la presenza di curve sul tracciato solo perché l’obiettivo dichiarato è andare veloci. La logica vuole che su un pianeta con risorse limitate un loro uso illimitato non è possibile, volenti o nolenti i vincoli esistenti sono da rispettare se vogliamo garantirci un futuro vivibile. Inoltre, le decisioni economiche e politiche si basano su calcoli di costi e benefici che necessitano di prezzi, ma non tutto è monetizzabile (quanto è il prezzo dell’acqua pulita o di una specie a rischio di estinzione?). Poi ci basiamo ancora sull’indicatore del “benessere” PIL, che però non rispecchia realmente il benessere collettivo: aumenta se siamo malati e se siamo vittime di eventi meteorologici estremi crescenti. A palesare la disfunzionalità del sistema la sua base esistenziale: il lavoro non retribuito. Confrontando la sua prestazione “invisibile” di 408 miliardi di franchi l’anno al PIL di 668 miliardi (2016, admin) non si può che restare allibiti. Non da ultimo il sistema attuale incita a porre il profitto davanti a ogni morale. Perseguire ciecamente questo paradigma rende impossibile un discorso economico del lungo termine. Eppure le alternative ci sono, come l’economia circolare che rivalorizzi i rifiuti in risorse. Dobbiamo quindi riscoprire il valore della parsimonia (anziché demonizzarla): che si consumi meno, ma meglio aumentando così realmente il nostro benessere. La transizione però non deve lasciare unicamente la responsabilità sul consumatore finale, ma dobbiamo riconoscere che è principalmente e soprattutto di un sistema basato su leggi vetuste che non incentivano a uno stile di vita sostenibile, che non deturpi le nostre basi naturali, vitali. È urgente un dialogo costruttivo basato sulla logica, sulla scienza e una biodiversità di sensibilità in modo che gli “over 50” in particolare (che hanno maggior peso politico e quindi decisionale per il futuro) sviscerino i propri credi, mettano in questione e cambino le abitudini concrete e mentali riconoscendo gli enormi problemi strutturali del sistema attuale che sfociano nella crisi climatica e nelle problematiche sociali. Non è semplice, ma è necessario un approccio serio, flessibile e critico (evitando reazioni di chiusura), per le vostre figlie e figli! È ora che ai vertici politici ed economici vi siano finalmente persone con il necessario spirito critico verso le disfunzionalità del sistema in cui viviamo, che siano competenti e coraggiose.

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