Era da prevedere che qualcuno, forte della solita politica dei “nostri” contro i “frontalieri”, tirasse fuori l’argomento delle frontiere. E chi, se non un politico schierato a destra come Piero Marchesi, presidente cantonale dell’UDC (poi appoggiato da Lorenzo Quadri della Lega)?

La provincia di Varese ieri ha conosciuto un’impennata dei contagi. E da li lui parte: “Molti abitanti della provincia di Varese lavorano in Ticino grazie a un permesso G da frontaliere. È innegabile, che come avvenuto in primavera in occasione della prima ondata Covid-19, lo spostamento da e per il Ticino ha contribuito ad aumentare in modo esponenziale il numero di contagiati in Ticino. Va comunque ricordato che il problema si pone anche per i diversi Ticinesi che si recano in Italia per acquisti o per affari privati”.

Rivolge così alcune domande al Consiglio Federale:

“1. Condivide la preoccupazione esposta precedentemente e in particolare relativa alla pericolosità dei molti movimenti da e per il Ticino dei molti lavoratori frontalieri?

2. Che misure intende adottare per cercare di limitare un ulteriore peggioramento della situazione in Ticino?

3. Sono previste misure a breve per rallentare lo spostamento dei lavoratori frontalieri da e per il Ticino?

4. Sono previste misure a breve per rallentare lo spostamento dei residenti in Ticino da e per l’Italia?”

Non si poteva dire che non ci si aspettava che qualcuno urlasse alla chiusura delle frontiere. Non è arrivato a tanto, ma d’altra parte i termini “rallentare lo spostamento” non ha molti significati. Impedire ai frontalieri di venire a lavorare? Far sì che i ticinesi non possano più fare la spesa oltreconfine?

Beh, che dire al presidente UDC, protagonista in negativo già dello sfaldamento di una sezione competente come quella di Bellinzona? I frontalieri non vengono certo per divertimento, e se nella prima ondata il Ticino ha dovuto mediare e supplicare affinchè essi potessero continuare a varcare il confine, forse un motivo c’è. E se i ticinesi scelgono di andare in Italia a fare la spesa, non lo fanno certo perché non sanno cosa fare durante il pomeriggio ma perché non possono permettersi di acquistare in Ticino, per i prezzi alti e le paghe misere.

Ci azzardiamo a dire che sarebbe più facile ipotizzare che la Svizzera decida di non far andare più i ticinesi in Italia, e affari loro se, magari lavorando già meno a causa delle restrizioni, non arrivano a fine mese acquistando in Ticino. Difficilmente Berna accetterà che i frontalieri non vengano in Ticino.

E chissà che dall’altra parte non potrebbero pure esserne contenti. Non a caso, da Varese lanciano allarmi per le cifre dei contagi e per gli ospedali quasi al punto di saturazione, facendo notare come sono parecchi i frontalieri che si sono infettati. Forse forse è la Svizzera a rappresentare un pericolo per la Lombardia, oggi.

Qualche mese fa, il settore sanitario fu retto dai frontalieri, che diedero un importante contributo anche agli alimentari e ad altri operatori primari per far fronte alla pandemia. L’Italia avrebbe potuto richiamare qualche medico o qualche infermiere ma non l’ha fatto.

Adesso chiediamo di limitare gli spostamenti? Davvero in un momento in cui il dramma tocca tutti, ma con la Svizzera che ha numeri da far paura, Marchesi o altri vogliono far politica, con la gente che muore, che se andiamo avanti così non avrà nemmeno più un letto di cure intense dove essere curato? La prima ondata si è vinta grazie anche ai governanti che si sono uniti in un unico fronte, lasciando perdere destra, sinistra e centro. Invece qui si mette ancora “noi” contro “voi”, manco fossero i frontalieri gli untori, quando in Ticino i positivi sono il 30% dei testati.

Ora qualche domanda a Marchesi la facciamo noi…

1. Cosa succederebbe se i frontalieri non potessero venire in Ticino a lavorare? Chi reggerebbe sulle spalle il sistema sanitario, quello delle case anziani, anche quello alimentare?

2. Non dovrebbe essere l’Italia, ora, a chiedere misure che proteggano i suoi lavoratori dai contagi svizzeri?

3. Per una volta, non si potrebbe essere un unico fronte contro il virus?

4. Se i ticinesi non potessero andare a fare la spesa in Italia (dove oltretutto rischiano di portare il virus), come farebbero ad arrivare a fine mese? Chi li aiuterebbe, in quel caso?

5. Se l’Italia richiamasse i suoi infermieri, cosa ne sarebbe di cliniche e case anziani ticinesi?

Forse la “miglior ricetta” e’ fare Unione e non distinzione perché si ribadisce il concetto che, c’è gente che muore in tutto il mondo. La Svizzera e’ altro e non crediamo che si dipinga di simili vicissitudini degne una possibile vergogna e dolore, oggi i confini non esistono, vige solo collaborazione, rispetto, cooperazione.