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di Andrea Stephani, Gran Consigliere per I Verdi.

Ancora qualche giorno e Villa Foppa, a Vacallo, entrerà a pieno titolo a far parte del famigerato club delle “ville fantasma” che infestano le dolci colline del Mendrisiotto. L’edificio, che, nonostante le vergognose lacune del Piano regolatore di Vacallo, presenta un indubbio valore artistico e architettonico, lascerà infatti spazio a tre palazzine di appartamenti (probabilmente da 2 o 3 ½ locali di “alto standing”).

Una triste sorte che è già stata riservata a numerose costruzioni simili in tutto il Distretto: il caso più clamoroso è forse quello della grandiosa Villa Buenos Ayres di Castel San Pietro, opera dell’architetto Luigi Fontana brutalmente demolita dai militari alla fine degli anni ’60 per consentire una speculazione edilizia che portò alla parcellizzazione degli oltre 10’000 mq che costituivano il suo magnifico parco. Insomma, “nihil novum sub solem”, niente di nuovo sotto il sole. Le ruspe, infatti, minacciano da anni le villette storiche momò. Nel 2013 erano Villa Gerosa ed i suoi monumentali pini marittimi ad essere posti sotto assedio nel tentativo di edificare 6 stabili per un totale di 48 appartamenti sul colle del Barozzo, a Rancate. Qualche tempo dopo, è toccato a Villa Andreoli, perla in stile liberty di fronte al vecchio Pretorio di Mendrisio, resistere all’edificazione compulsiva di uno stabile da 22 appartamenti di lusso e 26 posteggi. Più recentemente, è storia dell’anno scorso, solo una mobilitazione popolare ha impedito (per ora) la demolizione di Villa Camponovo a Chiasso. E la lista non è sicuramente esaustiva…

Tirando le somme, si tratta di un vero e proprio olocausto programmato delle bellezze architettoniche della nostra regione. Uno stillicidio che lascia dietro di sé un paesaggio esteticamente impoverito e contraddistinto solo da palazzi moderni, lussuosi e assolutamente anonimi. E soprattutto destinati a rimanere vuoti.

Già, perché il tasso di sfitto, soprattutto nel Mendrisiotto, ha ormai polverizzato ogni record. Il mercato immobiliare è stato artificialmente saturato da una legione di appartamenti di alto standing che altro non sono se non le casseforti a cielo aperto di casse pensioni e società che gestiscono fondi e che investono nel mattone come bene rifugio a fronte dei tassi negativi proposti dagli istituti di credito.

L’isteria edificatoria e la tossicodipendenza da asfalto – malattie congenite della nostra società che cancellano le ultime tracce di quell’epoca in cui il Ticino era davvero considerato da tutti un luogo di vacanza e di ristoro, dove costruire quelle che venivano chiamate le “ville di delizia” – non riescono però a nascondere il paradosso per il quale si registrano nel contempo un tasso record di sfitto ma anche una richiesta sempre maggiore di alloggi a prezzi accessibili. Soprattutto da parte delle famiglie del ceto medio, confrontate con difficoltà sempre più ardue a trovare soluzioni abitative alla portata delle proprie tasche.

Si imbruttisce il paesaggio e si deturpa il territorio. Si abbattono edifici che dovrebbero invece essere tutelati e conservati. Si costruiscono in maniera compulsiva nuovi edifici il cui scopo principale non è quello di essere abitati. Si satura un mercato – quello immobiliare – ormai sazio e prossimo al rigurgito con l’aumento ipertrofico dell’offerta di un prodotto non richiesto (gli appartamenti di lusso, appunto), abbandonando così al proprio destino tutti coloro che non possono condurre una vita di “alto standing”.

Quali rimedi, quali vie di fuga per un territorio martoriato e per un settore che somiglia sempre più ad un malato terminale? Occorre, ad esempio, ripensare la politica dell’alloggio (che fine ha fatto il relativo Piano cantonale?) e sostenere lo sviluppo delle cooperative abitative. Riorientare le nostre scelte è possibile e possiamo farlo subito, votando un sì convinto il 9 febbraio all’Iniziativa popolare “Più abitazioni a prezzi accessibili”. 

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