Entrare nell’universo pittorico di Luca Tridente equivale a compiere un viaggio dentro noi stessi. E’ probabilmente la sua formazione da psicoanalista a dare un’ accezione di questo tipo all’opera.

Un universo junghiano descritto da un alfabeto personale ed universale al contempo, poiché realizzato con forme archetipiche, come se tutte gli abitanti delle sue opere uscissero da un bianco e magmatico brodo primordiale e fossero i primi esemplari. Così galli, cavalli e passeri ma anche uomini e soprattutto tori diventano i simboli attraverso i quali si costruisce la narrazione poetica della solitudine. In quanto simboli sono privati di ogni accezione personalistica e raccontati unicamente dalla loro silouetthe, piatta, nera definita da una linea vibratile e raffinata al punto da divenire, in alcuni casi, sensuale”, scrive di lui Giulia Bonetti.

La pittura, in resina e gesso, di Luca Tridente non può essere disgiunta dalla psicologia, di cui si occupa nella vita. Concetto espresso anche dall’artista stesso, cogliere il fruitore nel momento della contemplazione artistica acquisisce una connotazione terapeutica. “Il mio modo di dipingere non è un astratto ma un figurativo moderno, a me non piace definire quel che riproduco, perché l’esercizio manieristico del disegno, uscendo da un’accademia, lo sanno fare tutti. Amo trasferire un’immagine, evocare senza definire, in modo che la persona, nella sue tensione psicologica, possa essere attraversata e agganciata da un aspetto dell’opera piuttosto che da un altro. Non voglio indicare un percorso obbligato, desidero che lo spettatore entri all’interno, chiedo anche di toccare il quadro stesso. Ogni figura ha qualcosa dell’autoritratto. Anche il titolo nasconde un doppio significato, ha sempre a che fare con quello che mi sta accadendo. Voglio che le persone si mettano dentro e ci si ritrovino, senza che io indichi loro verbalmente una strada, mi piace sapere cosa vedono nel mio lavoro. Spesso si tratta di aspetti che si agganciano alla loro storia, e per me va bene, non voglio che questo cambi. Immagini, che se danno interpretazioni che non mi piacciono faccio in modo che non lo acquistino, non voglio che un quadro, che è sempre un figlio, finisca in una casa solo perché sta bene con le tende. Amo conoscere le persone che acquistano i miei quadri”.

Forse tutto dipende anche dalla lunga genesi che l’ha portato ad arrivare dove è ora. È lui stesso a narrarci il percorso tortuoso che alla fine lo ha fatto tornare coi pennelli in mano. “Il primo autoritratto di me e il mio cane l’ho dipinto a 13 anni, a carboncino. Mio padre faceva scultura con Enrico Baj, sono cresciuto con i colori e la creta. Per lui però non era semplice vedere le sue opere marchiate col nome di un altro e per me voleva tutto tranne che facessi la stessa fine. -Vuoi disegnare? Fai il geometra, tanto disegni lo stesso- mi disse. Successivamente avrei volutofare architettura, sempre lui mi impose ingegneria. Dopo la laurea, ho lavorato per un anno a Kriens: sono scappato: non era il posto giusto per me”.

Da lì la sua risurrezione, si iscrive a psicologia e riprende in mano i pennelli, rifacendo la gavetta. Sino alla svolta, che coincide con la vittoria del premio della Critica al Festival dei due mondi di Spoleto. Non era facile far passare il concetto di pittura moderna in un’Italia profondamente legata alla tradizione classica, da Venezia a Roma e Firenze.

Tridente ci riesce. Divide lui stesso le sue opere tre sezioni: Fratture, Figurazioni a colori e Figurazioni in bianco e nero. Le prime uniscono i due Io, quello superiore e quello inferiore (collegate da un cordone di luce fluida), le seconde e le terze portano il concetto della sofferenza vissuta dall’uomo moderno, invitando a non fuggirla ma viverla, perché “è come imparare a nuotare, prima bisogna amare l’acqua”.

Dall’1 al 6 Giugno si svolgerà una grande mostra antologica dei suoi dieci anni di incessante ricerca artistica dal titolo: Luca Tridente. 2010-2020 presso l’Ex Macello, e sarà un’occasione per tornare in Svizzera. Lavorativamente, Luca Tridente è già attivo anche nella Confederazione. La sua laurea in psicologia lo porta a fare formazione, usando anche il disegno. L’arte per lui è ciò che aiuta lo spirito. D’altronde, l’ha inseguita a lungo. Dopo la vittoria a Spoleto, il contratto con un’importante galleria bolognesee le numerose presenze a varie mostre,-solo nel 2019 a Bologna, Edimburgo, Tokyo, Roma,- dimostrano che ce l’ha fatta!