Vorrei spendere due parole sulle persone di mezz’età che al giorno d’oggi vengono confrontate con la perdita del lavoro: i disoccupati over 50 che, dopo aver passato buona parte della loro vita al servizio di un’azienda, si ritrovano licenziati a distanza di 10-15 anni dalla pensione.

I dirigenti di certe società non si pongono molti problemi e giustificano il loro comportamento usando la fatidica espressione di “ristrutturazione aziendale”, così da sgravarsi da qualsiasi responsabilità futura. Spesso tuttavia poi capita che queste stesse aziende, con una mole di lavoro non indifferente, nel giro di poche settimane inizino ad assumere nuovo personale: con una differenza però, non più lavoratori esperti e qualificati ma bensì persone impreparate e senza alcuna qualifica o frontalieri, per pagarle molto meno.

La disoccupazione non è facile per nessuno! Ma per le persone di mezz’età è ancora più complicata. Tutte le certezze accumulate nel corso della vita si infrangono, come un castello di sabbia sotto la forza delle onde del mare, e l’idea, dopo anni di sacrifici, di una pensione tranquilla e spensierata, sostenuta da AVS e II° pilastro, va a farsi benedire.

E bisogna pure rendersi conto che un licenziamento ha delle conseguenze non solo sulla persona stessa, ma anche all’interno del suo nucleo famigliare. Non è facile ritrovarsi a dover giustificare ai propri figli, come mai i loro studi non possono più essere finanziati dalla famiglia ma dovranno essere richiesti degli aiuti statali quali prestiti o borse di studio.

Sono solo un’impiegata di commercio, non pretendo di avere in tasca le soluzioni per migliorare il mondo del lavoro ticinese. Ma non è giusto che chi raggiunge una certa età venga visto solo come un “costo” (che va tagliato) o che i nostri giovani siano costretti ad andare oltre Gottardo o all’estero per cercare ciò che, dove sono cresciuti, non possono più avere perché non vengono tenuti in considerazione o si preferisce sostituirli con lavoratori frontalieri. I lavoratori frontalieri sono forse più qualificati, più fedeli o più diligenti dei nostri? La risposta è no; semplicemente permettono alle aziende che li assumono di pagare meno in stipendi, fregandosene del dumping salariale che creano nel nostro Cantone. Ma così facendo impoveriamo le nostre famiglie e il nostro Paese!

Imprenditori, politici, sindacalisti, ecc. voglio concludere facendovi due semplici domande: siete sicuri di aver preso la strada più giusta per salvaguardare il benessere del nostro Cantone? E nello stesso tempo, siete altrettanto sicuri che i Ticinesi preferiscano doversi rivolgere agli aiuti sociali per poter sopravvivere nel loro Paese piuttosto che lavorare e vivere con dignità?

La mia risposta a queste domande è NO. È urgente cambiare direzione!

Maristella Ben Halima, candidata del PPD al Gran Consiglio