Il “Cost-Differential Frontier calculator” o CFD consiste in uno strumento digitale sviluppato da alcuni ricercatori in scienze economiche dell’HEC di Losanna: Suzanne de Treville e Norman Schürhoff.

Grazie a principi di finanza quantitativa, questo strumento permette di calcolare i costi reali derivanti da una delocalizzazione. Tra di essi figurano anche un allungamento della catena di produzione, un ampliamento delle scadenze delle spedizioni o un aumento dei costi di magazzino: problemi che possono condurre a un incremento dei tempi di produzione, nonché a un arresto nell’ambito della ricerca. In quest’ottica, mediante il CFD tutte le imprese possono valutare così fino a che punto un loro spostamento potrebbe rivelarsi veramente conveniente.

A essere interessante non è soltanto lo strumento stesso, ma anche la riflessione che ne sta alla base. In occasione di una delocalizzazione, l’approccio puramente finanziario che orienta le decisioni di molte aziende rischia di non tenere conto di numerosi altri fattori. E’ ad esempio il caso della volatilità dei cicli produttivi che investe i beni ad alto valore aggiunto, dinamica che dovrebbe spingere le imprese a conservare contemporaneamente una produzione di tipo più standardizzato. Possiamo constatare tuttavia come ciò non avvenga, essendo proprio questa produzione meno innovativa a venire spostata all’estero.

Una leggenda da sfatare consiste inoltre nel costo del lavoro quale causa principale di una delocalizzazione. A tale proposito, basti pensare che nel bilancio globale di un’impresa i costi del personale non rappresentano in Svizzera che una percentuale dal 18% al 30%, a seconda del settore e della taglia della società. Ne consegue che, preso in sé stesso, questo solo parametro non andrebbe a giustificare un processo di delocalizzazione

Non da ultimo, segnaliamo che il CFD è già apparso in modo ben visibile sul sito dell’amministrazione americana. Gli stessi Stati Uniti lasciano intendere così una particolare attenzione rispetto all’avvenire della loro piazza economica e ai potenziali pericoli di una deindustrializzazione. Nel contempo, seppure in modo più discreto, tale strumento è di pubblico dominio anche sul portale delle PMI della Confederazione.

A livello cantonale, non sembra che le imprese siano al corrente dell’esistenza del CFD. Un peccato, in quanto un’analisi completa e dettagliata delle conseguenze economiche di una delocalizzazione potrebbe avere il merito di contribuire alla permanenza di diverse realtà produttive nel nostro Cantone. Come spiegato, i risparmi attesi nel quadro di una delocalizzazione non rispecchiano infatti sempre quelli reali.

Chiediamo perciò al Consiglio di Stato di procurarsi lo strumento in questione, di metterlo a disposizione delle imprese locali e di promuoverlo debitamente, ad esempio attraversi il sito dell’ufficio per lo sviluppo economico del Cantone.

Massimiliano Ay

Partito Comunista

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