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Quindici giorni trascorsi all’insegna delle aggregazioni, apprezzate da chi deve amministrare i Comuni, perché oberati da sempre maggior compiti, da quelli con l’acqua alla gola per i costi che il Cantore gli ha addebitato e da quelli che sperano di ampliare il loro effimero “regno”.

Aggregazioni invise invece a pochi idealisti, a chi sta meglio degli altri, perché i soldi non si dividono volentieri come i debiti, comunque tutti o quasi favorevoli e contrari accumunati dalla buona fede nella convinzione di fare l’interesse della comunità.

Pochi invece guardando indietro e lontano e non solo avanti perché così fan tutti. E sempre pochi sono quelli che, non si sono ancora arresti alla cultura dell’assenza di alternative al pensiero dominante. Quest’ultimi non si sono ancora spogliati dei loro sogni e vorrebbero un paese da amare, non uno Stato che li obbliga a sopravvivere grazie a mille sotterfugi.

Sono quelli che sanno che una votazione consultiva non è solo una richiesta di un parere, che verrà considerato a seconda della bisogna. Sono anche quelli che ad’esempio vedono l’incoerenza della gioia diffusa per la nascita di un Comune, che è invece la morte di più Comuni e con essi la distribuzione capillare del potere. Loro proprio non capiscono come può essere risolutiva la diluizione dei problemi ma assolutamente non quella del potere.

Potere che in questi anni non ci ha certo dato molte opportunità per esserne orgogliosi. Insomma, siamo felici e acclamiamo l’oste che guadagna di più annacquando il vino, perché é riuscito a servirci tutti.

A. Genola