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Nella serata di ieri, il Gran Consiglio ha approvato una legge di stampo illiberale: d’ora in avanti, grazie alla nuova legge sulla polizia (LPol) tutti i cittadini potranno essere considerati dei sospetti per dei crimini di cui potrebbero macchiarsi in futuro. O che potrebbero non commettere mai. Gobbi manda in soffitta un caposaldo del nostro diritto – la presunzione d’innocenza – per fare spazio alla sorveglianza preventiva. Pratiche che fino a ieri erano adottate dalla polizia in modo illegale, perché contrarie al diritto del nostro paese, da oggi avranno una copertura.

Siamo di fronte a una legge che non colpisce la criminalità, ma che rende dannatemente difficile organizzare la protesta. I cittadini che esprimono pubblicamente il loro dissenso verso delle leggi ingiuste, i collettivi che organizzano pacifiche manifestazioni di protesta, le persone che non hanno che la piazza per far sentire la propria voce, come studenti e migranti, sono apertamente il bersaglio del Consigliere di Stato. La repressione voluta da Gobbi ricorda così quella messa in atto da Macron contro i gilet gialli: sono due faccie della stessa medaglia.

E non dimentichiamo che la LPol è una legge che fa acqua da tutte le parti. Giuridicamente è un pasticcio, è inefficace nella lotta alla criminalità, e soprattutto è anticostituzionale. Al riguardo, ricordiamo a Gobbi e al Gran Consiglio che il Ticino è ancora in Svizzera, un paese dove le garanzie costituzionali valgono per tutti.

Le norme accettate ieri non introducono strumenti nuovi per perseguire i crimini commessi in Ticino. Per questo siamo già equipaggiati, per esempio con il Codice di procedura penale. In compenso, con la LPol la polizia acquisisce un’autonomia che non le spetta in un paese democratico dove vige la separazione dei poteri. Contrariamente alla Legge federale – che pone l’attività delle forze dell’ordine sotto il controllo della Magistratura qualora delle investigazioni dovessero implicare una violazione della sfera privata –, la nuova “legge Gobbi” libera la polizia dalla sorveglianza del potere giuridico.

Non possiamo accettare l’instaurazione di una società del sospetto reciproco, sotto il controllo costante di una polcantonale divenuta polizia politica. La P-26, che tanto piace a Gobbi, si realizza in parte nella polizia del Canton Ticino. Ma il ministro leghista non si illuda: le forze di sinistra e democratiche di questo cantone non staranno a guardare. Non è escluso infatti il ricorso a tutte le misure legali possibili per impedire questo scempio e tutelare così le libertà di tutte e di tutti. Gli estremi per un ricorso al Tribunale Federale ci sono tutti.

Non dimentichiamo però che Gobbi non è il solo colpevole. Il Gran Consiglio si vergogni di avere accettato una legge maldefinita che può prestarsi ad abusi e soprusi e che restringe gli spazi di agibilità democratica.