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Di fronte alla pandemia in corso e come indicato dalle autorità cantonali e federali, quale segno di responsabilizzazione personale è necessario in questi giorni ridurre i contatti. D’altra parte vi sono attività che vanno proseguite e in questo caso, anche a tutela dei collaboratori, si chiede giustamente alle aziende di implementare, dove possibile, il telelavoro. Di fronte a questa emergenza è importante che il Governo dia l’esempio e adotti tutte le misure a protezione della salute dei dipendenti in tutta l’amministrazione cantonale e nelle scuole. Eppure nelle direttive del 10 marzo 2020 “CORONAVIRUS: RACCOMANDAZIONI AI DIPENDENTI CANTONALI”, utili peraltro come informazioni sanitarie, alla domanda n. 13 “Posso lavorare da casa?” viene risposto: “I collaboratori sani sono tenuti a svolgere la loro attività nelle sedi attribuite”. Nessuna indicazione invece sulla possibilità d’implementare il telelavoro che in questa situazione riteniamo debba essere incoraggiato.

Chiedo dunque al Consiglio di Stato:

  1. Quale è l’impegno dell’Amministrazione per introdurre il telelavoro dove sia possibile? Quali altre misure intende adottare laddove non sia possibile introdurre il telelavoro, ad esempio riducendo il numero di persone in un singolo ufficio, rimodulando gli orari di lavoro?
  2. Quali sono le misure intraprese per tutelare la salute dei docenti, a contatto stretto e ravvicinato, con bambini e adolescenti? Quale tipo di informazioni essi hanno ricevuto?
  3. Ci sono disposizioni per dare maggior flessibilità (nell’orario di lavoro, ma anche concedendo una diminuzione della presenza sul lavoro, da recuperare entro l’anno), ai e alle dipendenti che hanno accresciuti compiti di cura dei propri figli (ad esempio per la chiusura di determinate attività extrascolastiche)?
Maddalena Ermotti-Lepori Per il Gruppo PPD