Le statistiche ufficiali mostrano chiaramente una forte crescita degli impieghi in Ticino negli ultimi 10 anni. Purtroppo mancano i dati sul tipo di impiego, la formazione richiesta, il salario e l’impatto sulla manodopera residente, sebbene sarebbero di gran lunga più interessanti per valutare la reale situazione del mondo del lavoro ticinese. L’aumento degli impieghi e delle persone occupate non è che un indicatore generico. In primis perché la definizione stessa di “occupato” trae in inganno “Occupati (ai sensi della SPO, pp. 3-4): tutte le persone occupate che esercitano un’attività professionale per almeno un’ora alla settimana o che lavorano presso un’azienda familiare senza ricevere una remunerazione“, secondariamente perché questi nuovi posti creati non è detto che vadano per forza a dei lavoratori residenti, anzi.
In effetti se analizziamo i dati concernenti le persone in disoccupazione e in assistenza in canton Ticino possiamo vedere che le cifre sono in aumento. La facile conclusione da trarre è che in Ticino si continuano a creare nuovi posti di lavoro che vengono attribuiti a frontalieri, il cui numero non ha fatto che crescere negli ultimi anni (si constata negli ultimi mesi una fase di stagnazione riguardo il loro numero).

Il Canton Ticino e in particolare il Dipartimento dell’economia ha deciso di investire molto nel settore della moda, dichiarando a più riprese che è un settore con le potenzialità di essere un traino economico per il nostro cantone. Purtroppo dietro le sfavillanti marche e le fumose promesse si nasconde un baratro di condizioni di lavoro indecenti per un paese come il nostro. Un recente servizio di Falò ha permesso di contribuire a mettere in luce un complicato sistema di frode fiscale e di ammiccamenti e trattamenti di favore totalmente ingiustificati. La trasmissione radiofonica Modem inoltre ha di nuovo attirato l’attenzione sulle condizioni di lavoro offerte da questi giganti della moda: 15 franchi l’ora, metà dei dipendenti assunti da agenzie interinali, turni di lavoro massacranti. Non è solo una “percezione”: la recente analisi economia cantonale presentata dal BAK Economics e dalla Camera di Commercio ha lasciato pochi dubbi e ancora meno illusioni con le dichiarazioni di De Puechredon “Direi che la moda non è un settore che nel medio termine contribuirà in modo importante al valore aggiunto” che spazzano ogni speranza per questo settore. 
L’errore da parte delle autorità è dunque duplice: da una parte l’identificazione della moda come settore di punta, dall’altro l’ingiustificato trattamento di favore concesso alle gravi infrazioni commesse dalle grandi marche presenti sul territorio. Sono state attirate a colpi di sgravi aziende che si occupano solo di logistica e fatturazione pur sapendo che queste pratiche non erano più accettate a livello internazionale e diversi manager godevano dello statuto di globalista pur non avendo mai abitato in Ticino. Queste situazioni incresciose sono andate avanti per anni a causa dei mancati controlli che dipendono da una parte dalla mancanza di personale, ma dall’altra da una chiara strategia lassista per garantire ad alcuni comuni l’introito fiscale. Le istituzioni sono state complici degli inganni fiscali perpetuati ai danni di Francia e Italia, venendo meno al loro compito di controllo e sorveglianza.

Alla luce di queste inquietanti premesse i Verdi del Ticino ritengono di primaria importanza porre rimedio quanto prima a questa incresciosa situazione con delle misure che impediscano il perpetrarsi della situazione attuale. La concessione di nuove licenze edilizie deve essere legata a condizioni chiare che creino benessere per il cantone. I danni creati a livello di territorio e di distruzione del tessuto economico sociale ticinese sono evidenti e si chiede ora una dichiarazione di volontà da parte delle istituzioni a porvi rimedio. Le parole non bastano più, servono i fatti per arginare la situazione: è ingiustificabile il lassismo che si osserva in nome delle entrate fiscali perché se si mettono tutti gli elementi sul piatto della bilancia il risultato è chiaramente negativo.

Con la presente mozione chiediamo le seguenti modifiche per quanto concerne il piano direttore cantonale:

  • La concessione di nuove licenze edilizie per attività che sfruttano una superficie superiore a 5’000 m2 di territorio deve essere legata a criteri qualitativi esplicitamente espressi:
  • – una percentuale di almeno il 60% di posti di lavoro riservati ai lavoratori residenti
  • – una regolamentazione chiara sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro
  • – per le aziende che prevedono più di 50 dipendenti è indispensabile l’introduzione di piani di mobilità aziendale che devono essere sottoposti all’ufficio cantonale preposto e che abbiano obbiettivi ambiziosi per i propri dipendenti

Annualmente sia pubblicato un rapporto sull’impatto ambientale che la ditta sta avendo sul territorio cantonale con l’espressione di chiari obbiettivi di riduzione dell’impatto a scadenza annuale.