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Sul «Corriere del Ticino» si sono letti, nel corso dell’estate, parecchi riferimenti alla questione ambientale da parte di rappresentanti di partiti finora poco attenti al tema. Bixio Caprara (24 giugno) ha difeso la «virata ecologista» del PLR affermando che «il partito si doveva appropriare dell’argomento del clima, e non lasciarlo alla mercé dei Verdi» (non è una motivazione forte, ma accontentiamoci). Il capogruppo PPD Maurizio Agustoni (25 luglio) si è lanciato in una riflessione stravagante: di fronte alla complessità del tema, è ragionevole «fare finta che il riscaldamento climatico: (1) esista, (2) sia causato dall’uomo e (3) possa essere contrastato». Partendo da questo presupposto, conclude che «un approccio più rispettoso nei confronti dell’ambiente, anche se fosse inutile per ostacolare il riscaldamento climatico, sia tutto sommato innocuo e porti anche qualche vantaggio per la qualità della vita». Quindi meglio crederci, così agiamo meglio. È curioso che per giustificare «un approccio più rispettoso nei confronti dell’ambiente» si debba far ricorso a queste acrobazie del pensiero: basterebbe il semplice buon senso (ma soprattutto leggere l’enciclica «Laudato si» di papa Francesco). Alexander von Wyttenbach, presidente onorario dell’UDC, ha auspicato tra l’altro la rinuncia «alle vacanze sulle pestilenziali navi da crociera», all’acquisto «di frutta e verdura fuori stagione trasportati da continenti lontani», e in generale uno sguardo critico sui nostri comportamenti quotidiani. Saggi propositi che sarebbe insensato non condividere.

Tutti ecologisti dunque, ma per vie diverse? Ormai lo si sente ripetere fino alla noia: il tema è trasversale, tutti se ne occupano… Va bene. Facciamo finta, come direbbe Agustoni, che sia vero.

Ma a questo punto va comunque fatta un po’ di chiarezza su approcci e concetti. È importante dare alle cose il loro nome. Ci può aiutare un articolo di Guillaume Carbou, apparso il 19 giugno sul quotidiano francese «Libération» («En finir avec la confusion entre écologie et environnementalisme»). A spingerlo a intervenire è proprio il luogo comune secondo cui «i Verdi hanno sempre meno il monopolio dell’ecologia; le altre formazioni politiche hanno integrato la causa ambientale nel loro programma». Il fatto è che il termine ecologia viene utilizzato da giornalisti e politici per designare due realtà assai diverse: la semplice protezione dell’ambiente (ambientalismo) e la riflessione propriamente politica dell’ecologia. «L’ambientalismo – ricorda Carbou – si concentra sulle conseguenze ambientali delle attività umane (inquinamento, rischi sanitari, deforestazione, ecc.) e considera che semplici aggiustamenti del nostro sistema sociale ed economico permetteranno di contenerle. L’ambientalismo è poco impegnativo, può essere onnipresente nello spazio pubblico e tutti i partiti politici possono esibirlo nel loro programma. (…) Agli antipodi di questo approccio superficiale della protezione dell’ambiente si trova l’ecologia politica propriamente detta».

Carbou fa i nomi di Ivan Illich, Rachel Carson, André Gorz, Vandana Shiva, Murray Bookchin e continua: «Questa lunga tradizione filosofica non si interessa solo al degrado ambientale ma propone un’analisi delle sue cause profonde. Da questo punto di vista il verdetto è chiaro e senza appello: le nostre crisi ambientali e sociali vanno ricondotte quasi interamente al nostro sistema economico capitalista-produttivista, alla nostra organizzazione politica e alla nostra volontà molto occidentale di dominare la natura. A partire da questa constatazione, l’ecologia politica riflette su progetti politici globali che permetterebbero una transizione duratura, solidale, democratica e coinvolgente verso una società rispettosa della Terra e dei suoi abitanti».

Dire che i Verdi rappresentino pienamente e coscientemente questa tendenza sarebbe un po’ troppo (anche tra loro c’è chi è solo ambientalista e le riflessioni di fondo sono spesso schiacciate da urgenze politiche contingenti), ma è chiaro che nessun altro partito si avvicina a questo orizzonte. La differenza sta dunque qui, tra la riflessione radicale dell’ecologia politica e un ambientalismo trasversale che tutti possono tranquillamente – con più o meno convinzione e determinazione – inserire nei loro programmi. Fermo restando che una più diffusa sensibilità ambientale è più che benvenuta, a salvarci dal baratro verso cui stiamo correndo non saranno certo l’«approccio liberale alla tematica dell’ambiente» evocato da Caprara, né i comportamenti virtuosi suggeriti da von Wyttenbach, né l’«approccio più rispettoso» a cui approda Agustoni per esclusione. Una reale «virata ecologista» sarà possibile solo modificando alcuni principi che guidano la nostra società. Immaginandone una diversa. E qui già sento von Wyttenbach ribadire, insieme ad altri ambientalisti della seconda o terza ora, che «il clima è un problema troppo serio, esso non va affrontato con utopie ideologiche ma con realismo e al lume della ragione». È proprio quel lume della ragione a farmi dire che un timido ambientalismo non basta, e che la peggiore «utopia ideologica» è quella che si ostina a propugnare la fondamentale bontà di un sistema che poggia sulla ricerca del profitto, sul mito della crescita, sul saccheggio delle risorse naturali. Ed è il realismo a non permettermi grandi illusioni sul futuro: tra queste due opzioni – quella del ripensamento radicale proposto dall’ecologia politica e quella del «cerotto ambientalista» – prevarrà per troppo tempo ancora la seconda. Per tre o quattro decenni forse potremo anche tirare avanti con qualche aggiustamento e qualche grado in più. Io ho una certa età: non vedrò il seguito e questo, egoisticamente, un po’ mi consola.