Il periodo della vendemmia si sta avvicinando e le preoccupazioni da parte dei piccoli ma indispensabili produttori di uva del Canton Ticino sono giustificate e più che comprensibili. Se da una parte abbiamo assistito ad anni buoni dove sia prodotto che prezzo erano in sintonia con i costi di produzione, quest’anno siamo ritornati alle problematiche del 2007 dove i grandi produttori di vino hanno “colonizzato” in parte terreni di pianura in produzione propria a scapito del ritiro di uve pregiate di collina. Pregiate non solo per i gradi delle stesse ma perché dietro c’è un lavoro non indifferente che garantisce al nostro paesaggio un pregio che non possiamo perdere solo per questioni economiche dei grandi produttori.

Stiamo di fatto assistendo a un ricatto da parte di alcuni grossi produttori che giustificano l’abbassamento del prezzo per le uve prodotte nel 2020 per le troppe riserve ritirando solo 500g/m2 a prezzo “ragionevole” (4 chf/kg) ma poi prendono anche ulteriori 300g/m2 a metà prezzo. Di fatto, o ci sono riserve in esubero o si punta solo ad abbassare il prezzo vendendo poi il prodotto finale allo stesso prezzo.

La costruzione di nuovi vigneti in zone agevoli avvenuta nell’ultimo ventennio ha rimpiazzato i vigneti abbandonati a causa del mancato cambio generazionale o dell’edilizia. Una necessità apparentemente comprensibile da parte di chi li ha piantati. La qualità delle uve cresciute su terreno fertile è però verosimilmente discutibile e viene spesso utilizzata per fare vino bianco (che ora ha un buon mercato), mai per pregiati vini rossi. Il rendimento al metro quadro degli impianti in zone SAC è molto maggiore ciò che ha portato al presunto esubero di produzione nonostante siano costanti superfici coltivate e andamento delle vendite.

A proposito di questa problematica vorrei segnalare il fatto che fino al 2019 ad un vino con il marchio doc vi era la possibilità di aggiungere fino al 10% di vino o mosto di provenienza svizzera. Da quest’anno questa operazione non è più possibile e le cantine potrebbero compensare questo mancato margine di guadagno acquistando uve a prezzo ridotto, ad esempio i fatidici 300g che di fatto non sono declassati. Dalla parte del viticoltore avendo la garanzia di poter vendere una produzione di soli 500g al metro quadro nelle zone collinari rischia di non avere più i mezzi finanziari sufficienti per garantire la manutenzione dell’impianto, dei muri a secco. La mole di lavoro in vigna a dipendenza della situazione morfologica varia in modo preponderante.

A tale proposito vi alleghiamo uno studio redatto da WSL dove si notano chiaramente e inconfutabilmente le differenze di difficoltà di produzione a dipendenza della pendenza e dell’accesso del vigneto. Dall’abolizione del catasto viticolo si sta assistendo ad una professionalizzazione del settore ciò che essenzialmente non è una cosa negativa. L’attuale situazione con l’abbassamento della resa economica (limite di produzione e prezzo) e la crescita dei costi (selvaggina, nuove malattie, nuovi insetti) induce il piccolo viticoltore che caratterizza il paesaggio tradizionale ad abbandonare l’attività ciò che invece è indubbiamente negativo.

Dopo queste considerazioni si chiede al Consiglio di Stato:

  1. Siete a conoscenza dell’andamento del prezzo delle uve e il relativo evidente problema in caso
    di abbassamento eccessivo del prezzo in rapporto alla manutenzione del nostro territorio
    collinare e al valore paesaggistico?
  2. Il CdS non ritiene necessario intervenire per garantire un futuro ai vigneti collinari che rivestono tuttora un’importante attività quale risorsa economica ma ancora maggiormente come peculiarità paesaggistica ed architettonica ticinese? Sarebbe opportuno ripensare e riproporre un sistema di pianificazione territoriale tenendo in considerazione lo studio effettuato dal WSL?
  3. Il CdS intravede altre soluzioni praticabili in tempi brevi o ritiene che sia opportuno dare priorità al “libero mercato”?

Fabio Badasci

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