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24 ore su 24 le notizie politiche del Canton Ticino e della Svizzera

Editoriale redatto da giornalisti iscritti al Registro FIG e accreditati presso il Consiglio di Stato del Canton Ticino.

Ammissioni e pratica professionale al DFA: quo vadis?

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Interrogazione 77.24

Il futuro occupazionale dei giovani laureati ticinesi è a giusta ragione divenuto oggetto di grande
attenzione negli ultimi anni, di fronte al preoccupante fenomeno della “fuga di cervelli” verso Oltralpe.
Uno dei pochi settori ad oggi in grado di attirare a Sud delle Alpi i laureati ticinesi è quello
dell’insegnamento, come dimostra il numero in costante crescita di candidature ricevute dal
Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI, che lo scorso anno è stato confrontato
con oltre 600 domande di ammissione.
Nelle ultime settimane sono però emerse alcune novità di grande rilevanza per i giovani interessati ad
una carriera nel mondo dell’insegnamento. Secondo quanto riportato dalla RSI (vedi qui:
https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Pochi-allievi-tanti-docenti-di-storia–2165535.html), le
prospettive d’impiego nella scuola media sono infatti sempre meno rosee, a causa del ricambio
generazionale già avvenuto in alcune materie e della prevista diminuzione – dovuta a ragioni
demografiche – del numero di allievi a partire dall’anno scolastico 2025-26. Interpellata dalla RSI, la
capo-sezione dell’insegnamento medio Tiziana Zaninelli ha affermato che “ci si scontra con le ore di
insegnamento che per alcune materie sono inferiori alle aspettative. Una di queste è storia, ma vale
anche per inglese. E in prospettiva futura varrà anche per l’italiano”.
A fronte di tale situazione, stupisce constatare come da parte del DFA (l’istituto responsabile
dell’abilitazione dei docenti per la scuola media) non vi sia un adattamento della propria politica di
ammissione. Secondo quanto dichiarato alla RSI dal direttore del DFA Alberto Piatti, “la formazione è
concordata con il DECS anno per anno”. Eppure, malgrado le limitate prospettive occupazionali di cui
sopra, per l’anno scolastico 2024-25 è prevista l’apertura dei percorsi di formazione anche per le
materie più sotto pressione (come storia e italiano).
Va rilevato come tale discrepanza sia almeno in parte riconducibile al modello di pratica professionale
introdotto al DFA a partire dal 2002, quando venne abbandonato il cosiddetto modello “en emploi”. Se
prima i docenti in formazione erano assunti dal Cantone e poi iscritti all’istituto abilitante, ora essi
devono invece iscriversi prima a quest’ultimo e solo in alcune circostanze particolari possono ricevere
un incarico d’insegnamento in parallelo al percorso d’abilitazione (grazie alla revisione adottata dal
Gran Consiglio nel 2013). L’abbandono del modello “en emploi” era stato giustificato dalla volontà di
conformarsi alle normative della CDPE per ottenere il riconoscimento nei Cantoni d’Oltralpe dei diplomi
erogati dal DFA. Così facendo, si è però creato un crescente scollamento tra il fabbisogno effettivo di
docenti della scuola ticinese e il numero di docenti abilitati dal DFA, oltre ad aumentare sensibilmente
la precarietà dei docenti in formazione presso tale istituto. Benché sia formalmente possibile svolgere
un’attività retribuita à côté dell’abilitazione, ciò è spesso difficile da conciliare con la stessa e in ogni
caso possibile solo ad una percentuale (e dunque ad un salario) ridotta. I docenti in formazione presso
il DFA, oltre che costretti a studiare in un contesto di precarietà economica, non hanno dunque ormai
nemmeno più la garanzia di godere di una concreta prospettiva occupazionale alla fine della propria
abilitazione.
Per queste ragioni, chiediamo al Consiglio di Stato di rispondere alle seguenti domande:

  1. Quali sono le previsioni del DECS circa il fabbisogno di docenti nelle varie materie insegnate nella scuola media sull’arco dei prossimi anni? In che misura il DFA deve attenersi a tale fabbisogno nella sua politica di ammissione ai percorsi di abilitazione? Come avviene la concertazione tra DECS e DFA in tale ambito?
  2. Quale è la sua valutazione del modello di pratica professionale introdotto nel 2002 e rivisto nel 2013?
    Quali valutazioni hanno condotto alla ulteriore revisione di tale modello attualmente in corso, volta
    alla implementazione delle cosiddette “comunità di apprendimento professionale” (CAP)?
  3. Quali sono le disposizioni specifiche imposte dalla CDPE che impediscono un ritorno al modello “en
    emploi” (gli articoli 13 e 14 del Regolamento sul riconoscimento dei diplomi d’insegnamento del 2019
    non sembrano infatti essere in contraddizione con tale modello)? Considerato l’interesse principale
    degli abilitandi ticinesi ad insegnare a Sud delle Alpi, non ritiene il Governo che sia possibile
    rinunciare al riconoscimento CDPE in favore di un ritorno del modello “en emploi”?
  4. Quali misure intende adottare il Governo per ridurre la precarietà economica degli studenti del DFA
    e per garantirne le prospettive occupazionali?
    Per il Partito Comunista-Partito Operaio e Popolare
    Massimiliano Ay e Lea Ferrari

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