Il costume che ha fatto discutere il web
Bastano pochi scatti condivisi online per scatenare una bufera. È quanto accaduto a Zara, il colosso spagnolo dell’abbigliamento, finito nuovamente nel mirino dell’opinione pubblica per un prodotto giudicato profondamente inopportuno: un costume di Halloween per bambini a righe verticali blu e grigie, con effetto consumato e alcuni dettagli decorativi particolari.
Il capo, proposto a circa 39,99 euro sul sito ufficiale e nei punti vendita, è stato immediatamente paragonato da numerosi utenti alle uniformi dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti. Le cuciture incrociate, secondo le segnalazioni, evocavano il filo spinato, mentre le applicazioni presenti sul tessuto ricordavano le marcature identificative cucite sulle divise dei detenuti.
Le critiche sui social e la voce del giornalismo israeliano
La notizia si è diffusa rapidamente attraverso i canali social, alimentata anche dall’intervento di figure pubbliche. Il giornalista israeliano Dov Gil-Har ha commentato la vicenda sulla piattaforma X, descrivendo la proposta di Zara come un’altra iniziativa sconcertante per i clienti europei, definendo il costume apertamente ispirato agli abiti dei lager nazisti.
Le reazioni non si sono limitate alla comunità ebraica o ai circoli più sensibili al tema: la critica si è allargata rapidamente a utenti di ogni provenienza, indignati di fronte a quello che molti hanno ritenuto un errore difficilmente giustificabile da parte di un’azienda di quella dimensione e con quell’esperienza nel settore.
L’ipotesi Beetlejuice: ispirazione o alibi?
Secondo quanto riferito dal Times of Israel, il costume potrebbe essere stato progettato come una rivisitazione in chiave bambini del celebre abito a righe indossato da Michael Keaton nel ruolo di Beetlejuice, protagonista della commedia horror di Tim Burton del 1988 e del suo atteso sequel uscito nel 2024.
L’ipotesi, per quanto plausibile sul piano creativo, non ha placato le polemiche. Il punto centrale della critica, infatti, non riguardava tanto l’intenzione originaria dei designer quanto il risultato finale e la mancanza di un filtro interno capace di intercettare la somiglianza con un simbolo tra i più dolorosi della storia europea.
La risposta di Zara e il ritiro del prodotto
Interpellata dal quotidiano svizzero Tages-Anzeiger, Zara Home ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui ha espresso rammarico per i malintesi generati dal costume, definito internamente «costume da sposo per bambini». La nota ha confermato la rimozione del prodotto sia dai canali online che dai negozi fisici.
Tuttavia, alla domanda più scomoda — come fosse possibile che un controllo qualitativo interno non avesse rilevato la somiglianza con le divise dei prigionieri — l’azienda ha preferito non rispondere. Un silenzio che ha alimentato ulteriori interrogativi sulla solidità dei processi di revisione interna adottati dal marchio.
Non è la prima volta: i precedenti di Zara
La vicenda assume un peso ancora maggiore se letta in continuità con altri episodi che hanno già messo in difficoltà il brand in passato. Zara, infatti, non è nuova a questo tipo di controversie:
- Nel 2014 fu ritirata una maglietta per bambini a righe bianche e blu con una stella gialla a sei punte, accusata di richiamare la stella di David che gli ebrei furono costretti a portare durante le persecuzioni naziste.
- Nel 2007, invece, fu rimossa dal commercio una borsa decorata con motivi ritenuti simili a svastiche.
Tre episodi distinti, avvenuti nell’arco di quasi vent’anni, che disegnano un quadro preoccupante. Non si tratta di un singolo scivolone, ma di una tendenza ricorrente che solleva domande legittime sulla cultura aziendale e sui meccanismi di supervisione interna.
Sensibilità storica e responsabilità del brand
Casi come questo impongono una riflessione più ampia sul ruolo delle grandi aziende della moda nella gestione della memoria storica e nella tutela della sensibilità collettiva. In un’epoca in cui ogni prodotto viene lanciato globalmente e può essere analizzato da milioni di persone in poche ore, la soglia di attenzione richiesta ai team creativi e ai responsabili del controllo qualità è inevitabilmente più alta.
Il problema non è solo reputazionale: associare, anche involontariamente, un prodotto destinato ai bambini a uno degli orrori più grandi della storia contemporanea rappresenta un fallimento etico prima ancora che comunicativo. E quando questo accade per la terza volta nello stesso marchio, diventa difficile liquidare la questione come una semplice svista.
Conclusione
Zara ha fatto marcia indietro, come già accaduto in precedenza. Ma la velocità del ritiro non cancella le domande rimaste senza risposta: come può un’azienda di livello globale non disporre di strumenti — o di persone — in grado di individuare questi rischi prima che il prodotto arrivi sugli scaffali? La risposta, almeno per ora, resta nel silenzio dell’ufficio stampa.



