Una sentenza che rimescola le carte nel caso TPC
Il cosiddetto «Caos al TPC» — la complessa vicenda giudiziaria e istituzionale che ha scosso il Tribunale penale cantonale ticinese — torna prepotentemente al centro della scena. La Corte dei reclami penali (CRP) ha emesso, in data 1° ottobre, una sentenza che capovolge una decisione del procuratore generale Andrea Pagani: il decreto di abbandono del procedimento per denuncia mendace a carico di Fiorenzo Dadò, presidente del Centro e già presidente della Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio, è stato annullato.
La notizia è stata riportata per prima dal Corriere del Ticino, che ha potuto visionare il documento di 35 pagine firmato dai giudici Nicola Respini, Ivano Ranzanici e Giovan Maria Tattarletti. Ad aver presentato il reclamo accolto dalla Corte è stato Mauro Ermani, ex presidente del TPC, che nel procedimento si era costituito accusatore privato.
Il contesto: cosa è successo al Tribunale penale cantonale
Per comprendere la portata di questa decisione, è necessario ripercorrere brevemente i fatti che hanno dato origine all’intera vicenda. Il caso era esploso a novembre 2025, quando il Ministero pubblico aveva aperto un procedimento penale nei confronti di Dadò dopo aver archiviato la situazione interna al TPC: una sequenza di eventi che aveva visto la destituzione di due giudici, Siro Quadri e Francesca Verda, e le dimissioni spontanee del presidente del Tribunale.
Al centro delle accuse a Dadò c’era un episodio preciso: nel settembre 2024, il politico aveva consegnato alla Commissione giustizia e diritti alcune informazioni, tra cui una lettera priva di mittente, senza rivelare la provenienza del materiale. Il procuratore generale aveva deciso di fare luce sia sulle circostanze di questa consegna che sulle dichiarazioni rilasciate da Dadò stesso nel corso delle audizioni.
Falsa testimonianza sì, denuncia mendace no: la decisione di marzo
A conclusione degli accertamenti, lo scorso 31 marzo il Ministero pubblico aveva comunicato una doppia decisione:
- Un decreto d’accusa per falsa testimonianza, relativo alle dichiarazioni rese da Dadò al procuratore generale — provvedimento che Dadò ha impugnato.
- Un decreto di abbandono per denuncia mendace, relativo alla consegna della lettera anonima alla Commissione parlamentare.
Su questo secondo punto, il procuratore Pagani aveva concluso che mancasse il cosiddetto elemento soggettivo del reato: in altre parole, non era possibile dimostrare che Dadò avesse agito con dolo diretto, cioè con la piena consapevolezza e la volontà di arrecare un danno a qualcuno. Questa impostazione ha però convinto poco la CRP.
La Corte dei reclami penali smonta la tesi della mancanza di dolo
Nella sentenza datata 1° ottobre, i giudici della CRP adottano una lettura ben diversa. Un passaggio particolarmente significativo del documento recita che appare «verosimile» che la lettera anonima sia stata redatta dall’ex giudice Siro Quadri e consegnata dallo stesso a Dadò — il quale avrebbe poi portato il materiale in Commissione sostenendo, contrariamente al vero, di averlo trovato nella propria buca delle lettere.
La questione centrale che ora deve essere approfondita è se l’intenzione di danneggiare Ermani attraverso una denuncia penale — risultata poi infondata — fosse presente sin dall’inizio. Si tratta di un nodo giuridico non banale, che richiede ulteriori indagini.
La Corte dispone inoltre che il procuratore generale convochi e ascolti entrambi gli ex giudici, Quadri e Verda, ritenendo la loro audizione imprescindibile alla luce degli elementi istruttori già acquisiti. I due erano già stati convocati tra dicembre 2025 e gennaio 2026 come imputati nell’ambito del procedimento per denuncia mendace, ma evidentemente le loro deposizioni non erano state sufficientemente valorizzate.
Cosa succede ora: la palla torna al procuratore generale
La decisione della CRP non è una sentenza definitiva sul merito della vicenda. Non stabilisce colpe né responsabilità: vale per tutti i soggetti coinvolti la presunzione di innocenza. Ciò che la sentenza fa, concretamente, è restituire l’incarto nelle mani del procuratore generale Pagani, con l’indicazione di approfondire la fattispecie della denuncia mendace prima di poter archiviare definitivamente quel filone del procedimento.
Il caso rimane dunque aperto su più fronti: da un lato il decreto d’accusa per falsa testimonianza, impugnato da Dadò; dall’altro il procedimento per denuncia mendace, ora da riavviare con nuove audizioni e ulteriori verifiche.
La reazione di Dadò: «Colpito chi scoperchia la pentola»
Raggiunto dal Corriere del Ticino, Fiorenzo Dadò ha commentato la sentenza con parole che mescolano rassegnazione e determinazione. «Ho preso atto della decisione», ha dichiarato il politico, aggiungendo che in situazioni di questo tipo capita spesso che il bersaglio delle critiche sia chi porta alla luce problemi scomodi, non chi li ha creati.
Dadò ha tuttavia ribadito di nutrire piena fiducia nella magistratura e di essere disponibile a collaborare con gli inquirenti, come ha sempre fatto nelle vicende che ritiene meritevoli di attenzione pubblica. Un atteggiamento che lascia intendere la volontà di affrontare il procedimento senza sottrarsi alle proprie responsabilità processuali.
Un caso tutt’altro che chiuso
Il «Caos al TPC» si conferma una vicenda di eccezionale complessità, che intreccia profili penali, istituzionali e politici. Con la sentenza della CRP, il capitolo della denuncia mendace si riapre proprio quando sembrava ormai chiuso. Il procuratore generale dovrà ora compiere ulteriori passi investigativi, sentire testimoni chiave e rivalutare elementi già acquisiti.
Fino a quando il procedimento non avrà raggiunto una conclusione definitiva — in qualunque forma essa giunga — la vicenda continuerà ad alimentare il dibattito pubblico e politico in Ticino, sollevando domande sul funzionamento delle istituzioni giudiziarie e sui meccanismi di controllo democratico che su di esse si esercitano.



