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Trump valuta un’azione militare contro l’Iran mentre cresce la tensione internazionale su più fronti

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Trump lascia aperta l’opzione militare contro Teheran

Dallo Studio Ovale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato parole che difficilmente possono passare inosservate: interrogato su una possibile risposta americana all’Iran, ha dichiarato di stare valutando ogni opzione disponibile, compresa quella di un attacco diretto. «Il tempo sta scadendo», ha aggiunto, senza escludere scenari estremi. Allo stesso tempo, Trump ha espresso fiducia che il conflitto con Teheran si concluderà «molto presto», preannunciando anche un conseguente calo dei prezzi del carburante.

Le dichiarazioni arrivano in un contesto di escalation diplomatica e sicurezza, alimentato dal presunto piano sventato di sabotaggio contro la base aerea RAF di Fairford, nel Regno Unito, utilizzata anche dall’aviazione statunitense nelle operazioni contro l’Iran.

Il caso RAF Fairford: sei arresti, Teheran convoca l’ambasciatore britannico

Le autorità britanniche hanno arrestato un cittadino di 27 anni con doppia nazionalità britannica e iraniana, accusato di preparazione di atti terroristici. Si tratta del sesto fermo nell’ambito delle indagini sull’attentato sventato: i cinque fermati precedentemente, tutti ventenni e di nazionalità britannica, erano stati rilasciati su cauzione.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere: il ministero degli esteri iraniano ha convocato l’ambasciatore britannico Hugo Shorter, ricevuto dal viceministro Majid Takht-Ravanchi. Quest’ultimo ha definito «infondate» le accuse di coinvolgimento iraniano e ha accusato Londra di adottare un «approccio distruttivo» verso l’Iran. Ha inoltre contestato al governo britannico di aver consentito l’utilizzo di basi e infrastrutture nazionali in operazioni militari statunitensi e israeliane contro il paese persiano.

Il Regno Unito aveva in precedenza ammesso di aver permesso alle forze americane di usare le proprie basi per operazioni che aveva qualificato come difensive e limitate contro siti missilistici iraniani.

La delegazione iraniana all’ONU e l’espulsione firmata Rubio

Un altro episodio ha alimentato le tensioni diplomatiche tra Washington e Teheran: il segretario di Stato Marco Rubio ha ordinato l’allontanamento della delegazione iraniana presente negli Stati Uniti per l’Assemblea Generale dell’ONU, ritenuta in soggiorno oltre il periodo autorizzato.

Secondo fonti citate da Axios, la delegazione — che comprendeva il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian — avrebbe lasciato New York a bordo di un volo per Doha alle ore 1:20 di martedì. Tuttavia, la delegazione iraniana ha smentito ogni irregolarità, affermando che la partenza era avvenuta «secondo il programma comunicato al Dipartimento di Stato il 17 settembre». Ha inoltre accusato Washington di aver diffuso «notizie false» dopo che i colloqui bilaterali non avevano prodotto risultati per la parte americana.

Gaza: l’IDF pubblica una lista di 170 presunti terroristi identificati come giornalisti

L’esercito israeliano ha reso pubblica una lista contenente 170 nomi di palestinesi uccisi a Gaza che, pur essendo stati presentati come giornalisti, sarebbero stati in realtà membri di organizzazioni armate. L’IDF ha pubblicato i dati su un sito dedicato, con nomi, codici identificativi, testate di appartenenza e affiliazioni militari, supportati da necrologi diffusi da Hamas e dalla Jihad islamica sui propri canali ufficiali.

Nel dettaglio, secondo l’esercito israeliano:

  • 118 di queste persone erano attive nell’ala militare di Hamas;
  • 49 operavano per la Jihad islamica;
  • 2 appartenevano ai Comitati di resistenza popolare;
  • 1 era membro delle Brigate dei Mujahedin;
  • 17 avevano partecipato all’attacco del 7 ottobre 2023 in territorio israeliano.

L’IDF ha sottolineato che alcuni di questi soggetti collaboravano anche con importanti testate internazionali come Reuters, CNN, BBC, AFP e AP. Il portavoce militare ha affermato che le nuove evidenze dimostrano come l’esercito non prenda di mira i giornalisti in quanto tali, ma le organizzazioni terroristiche e i loro affiliati.

Va ricordato che il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione indipendente con sede a New York, aveva già rimosso dalla propria lista 22 nomi a giugno, dopo aver riscontrato la loro appartenenza a gruppi armati, e altri 12 in una revisione precedente del 2025. Il CPJ conta complessivamente 247 giornalisti e operatori media uccisi in diverse aree del conflitto, di cui 189 a Gaza per mano israeliana secondo l’organizzazione.

Cisgiordania: un palestinese ucciso in un attacco di coloni a Yasuf

Un uomo palestinese di 51 anni è morto in seguito a colpi d’arma da fuoco esplosi da coloni israeliani durante un raid nel villaggio di Yasuf, in Cisgiordania centrale. Secondo l’emittente israeliana KAN, l’episodio sarebbe scaturito da uno scontro avvenuto nei pressi di un avamposto illegale: un gruppo di palestinesi aveva lanciato pietre contro i coloni, che successivamente sarebbero entrati nel villaggio. La sparatoria ha causato la morte di un uomo e il ferimento di altri due palestinesi, oltre a un adolescente israeliano rimasto ferito.

Afghanistan: vittime civili nei raid pakistani

La missione ONU in Afghanistan (UNAMA) ha confermato la morte di almeno dieci civili, in gran parte bambini, in seguito ad attacchi aerei nelle province di Kunar e Helmand. Il governo talebano di Kabul ha attribuito i raid alle forze pakistane, parlando di nove vittime tra donne e bambini. Islamabad, dal canto suo, ha parlato di «attacchi pianificati e calibrati» contro campi e nascondigli di gruppi armati, basati su informazioni di intelligence.

Hegseth attacca i media americani e taglia i vertici militari

Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha usato toni molto duri nei confronti della stampa americana durante un discorso tenuto nella base di Quantico, in Virginia, accusandola di «tradimento» e di favorire indirettamente la narrativa iraniana. Hegseth ha anche annunciato il taglio del 20% dei posti riservati a generali e ammiragli nelle forze armate, una misura letta da molti analisti come una vera e propria riorganizzazione verticistica dell’apparato militare, accompagnata da un ridimensionamento dei programmi legati alla diversità e a quella che ha definito cultura «woke».

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