C’è una fotografia su un documento ufficiale: una bambina con i capelli ricci cortissimi e uno sguardo serio. Luogo di nascita: Addis Abeba. Anno: 1983. Padre e madre: sconosciuti. Quella bambina si chiamava Ithemariam, e sarebbe diventata Christelle Pagnamenta, nota giornalista e conduttrice ticinese, ex volto del Telegiornale RSI. Oggi è una madre di tre figli che vive a Cureglia, in Ticino, e custodisce gelosamente in un grande raccoglitore l’intera storia ufficiale della propria vita.
Un passato conservato in un classeur
Seduta attorno a un tavolo di granito valmaggese, con le fotografie dei figli appese alle pareti e i giocattoli sparsi per la cucina, Christelle apre quel raccoglitore con la stessa concentrazione con cui un tempo preparava un servizio televisivo. Ma stavolta il soggetto è lei stessa. Quattro anni fa ha lasciato la RSI per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. Adesso, però, si trova ad affrontare una ricerca ben più personale: capire da dove viene davvero.
Il percorso è stato innescato da un evento politico. Circa un anno e mezzo fa, il Consiglio federale svizzero ha avviato un iter legislativo per vietare le adozioni internazionali — proposta che ha poi diviso il Parlamento, il quale ha votato contro, costringendo il governo a rivedere il progetto. Le notizie sui giornali e le polemiche tra associazioni di famiglie adottive hanno acceso in lei una domanda precisa.
«In tutto quel dibattito la voce delle persone adottate non è emersa. A parlare sono sempre gli adulti, le famiglie adottive. Non i bambini».
Quei bambini adottati negli anni Ottanta e Novanta sono ormai cresciuti. In Svizzera si stima che circa 8.000 adozioni internazionali abbiano riguardato paesi finiti sotto inchiesta per irregolarità diffuse — tra cui Etiopia, Sri Lanka, India e Colombia. Il diritto alle origini, oggi sancito per legge, resta nella pratica difficile da esercitare.
Il viaggio ad Addis Abeba con la famiglia
La scorsa estate la famiglia Pagnamenta — Christelle, il marito Paolo, ex deputato in Gran Consiglio, e i tre figli tra i quattro e i sette anni — è partita alla volta dell’Etiopia. Un viaggio pianificato da tempo, ma reso urgente da quelle domande che i bambini stessi facevano alla madre: «Mamma, dov’è la tua casa?»
Prima della partenza, Christelle aveva contattato l’Ufficio cantonale dell’aiuto e della protezione (UAP), che ha il compito di supportare le persone adottate nelle ricerche sulle proprie origini. I documenti disponibili, però, riportavano quasi sempre la stessa parola: sconosciuto. Grazie a un avvocato della comunità italiana di Addis Abeba è emerso un nome: quello di un orfanotrofio nel quale Ithemariam aveva soggiornato da piccola.
L’orfanotrofio e le incongruenze
La struttura si trova in uno dei quartieri più poveri della capitale etiope, lontana dai nuovi grattacieli che stanno ridisegnando la città. Gestita da suore dell’ordine di Malta, ha accolto la delegazione Pagnamenta con disponibilità, ma le informazioni ottenute sono state scarse e contraddittorie. Christelle ha filmato tutto con il telefonino, prendendo appunti come da vecchia abitudine professionale.
Secondo un rapporto commissionato dallo stesso Consiglio federale, le missioni religiose sono state uno dei canali principali attraverso cui si sono verificate adozioni irregolari, con procedure aggirate e tutele legali dei minori non rispettate. Nel caso di Christelle, le incongruenze nei documenti alimentano più di un dubbio.
Gighessa: il villaggio dove la storia si perde
Un altro tassello del puzzle porta a Gighessa, piccolo villaggio a circa 250 chilometri a sud di Addis Abeba. Lì sorgeva una missione fondata nel 1970 da missionari mantovani, che aveva gestito la pratica di adozione di Ithemariam. Christelle l’aveva già visitata nel 2016, trovandola devastata dopo scontri tribali. Oggi è un luogo abbandonato: stanze vuote, erba incolta, nessuno a rispondere alle domande. Eppure da quei corridoi silenziosi sono passati lei e centinaia di altri bambini.
«Rimanere senza genitori nei primi anni di vita lascia un segno profondo sull’autostima», ammette Christelle. «Sono traumi che riemergono col tempo, soprattutto quando si diventa genitori a propria volta».
Un’identità da ricostruire tra due mondi
Nonostante le porte chiuse e i vuoti documentali, il viaggio ha restituito anche momenti di gioia autentica. Il video-diario che Christelle ha girato è pieno di paesaggi verdeggianti — l’altopiano etiope si trova tra i 2.000 e i 2.500 metri, non così diverso dalle valli ticinesi — e di incontri calorosi con la gente locale. Quella accoglienza spontanea le ha fatto percepire, forse per la prima volta, un senso di appartenenza a quel paese lontano.
Il concetto stesso di «casa» per chi è stato adottato, spiega, non è mai semplice né definitivo. È qualcosa che si costruisce nel tempo, spesso a pezzi, con fatica.
- Cresciuta a Riveo, in Valle Maggia, parlava etiope e dialetto valmaggese da bambina.
- La prima lingua l’ha dimenticata; la seconda no.
- La sua identità, dice, è sempre stata prevalentemente valmaggese — ma oggi si sente anche etiope.
Un’appartenenza, però, che ha dovuto conquistarsi. Alla Bozza di Riveo, immersa nell’acqua fredda del fiume come faceva da piccola con i cugini, Christelle trova ancora oggi un senso di pace. Forse perché le montagne della Valle Maggia, in fondo, le ricordano quelle che fanno da sfondo ad Addis Abeba.
Un percorso doloroso ma terapeutico
Quarant’anni dopo che la piccola Ithemariam veniva affidata ai genitori adottivi ticinesi all’aeroporto di Kloten, la questione delle adozioni internazionali rimane aperta — politicamente, giuridicamente, emotivamente. Christelle non ha risposte definitive, né pretende di averle.
«La mia opinione sulle adozioni internazionali è rimasta complessa. Posso parlare solo a titolo personale: il mio è stato un percorso doloroso, ma fare i conti con il passato è stato, in qualche modo, terapeutico».
Una storia che appartiene a lei, alla sua famiglia, ma che risuona con quella di migliaia di altre persone cresciute tra due mondi, in cerca di una risposta a una domanda che nessun documento ufficiale riesce davvero a contenere.



