Una mozione scomoda, un risultato inaspettato
In politica, a volte, le vittorie arrivano travestite da sconfitte. È quanto accaduto in Ticino con una vicenda che merita di essere raccontata con attenzione: una mozione presentata dal movimento Più Donne per promuovere la parità salariale nei Comuni viene formalmente respinta dal Governo, ma produce nel giro di poche settimane uno degli effetti più concreti mai registrati su questo tema a livello cantonale.
Il punto di partenza: dieci anni di inerzia
La storia comincia il 16 dicembre 2025, quando la lista Più Donne deposita una mozione davanti al Gran Consiglio ticinese. La richiesta è precisa e mirata: il Consiglio di Stato deve promuovere attivamente presso i Comuni la «Carta per la parità salariale nel settore pubblico» e incoraggiarli ad aderirvi.
Il motivo della richiesta è facilmente comprensibile guardando i numeri. Il Cantone Ticino aveva firmato quella Carta già nel 2016, eppure a distanza di quasi dieci anni i Comuni ticinesi firmatari erano soltanto due: Lugano e Mendrisio. Su decine di enti locali presenti nel territorio, soltanto due avevano formalmente abbracciato i principi della parità salariale tra donne e uomini nel settore pubblico.
Un segnale preoccupante, soprattutto considerando che le disparità retributive di genere non riguardano esclusivamente il settore privato: anche all’interno delle amministrazioni pubbliche, le differenze salariali tra lavoratrici e lavoratori continuano a persistere.
La risposta del Governo: «L’abbiamo già fatto»
Tre mesi dopo la presentazione della mozione arriva la risposta ufficiale dell’esecutivo cantonale. Il tono è cortese ma la sostanza è chiara: il Governo ringrazia per aver richiamato l’attenzione sulla questione, riconosce che le differenze salariali di genere esistono anche nel pubblico, ma ricorda che il Cantone aveva già inviato un invito ai Comuni nel 2016.
In altre parole: grazie per la sollecitazione, ma il lavoro era già stato fatto quasi un decennio fa.
Una risposta che non ha convinto le promotrici della mozione. Il ragionamento è semplice: se dopo dieci anni dall’invito originale i Comuni aderenti erano ancora due in tutto il Cantone, forse un nuovo impulso non era così superfluo come sosteneva il Governo. Più Donne ha quindi scelto di mantenere la mozione, che è stata assegnata alla Commissione economia e lavoro del Gran Consiglio per ulteriori approfondimenti.
Il colpo di scena: la lettera ai Comuni
Fin qui la vicenda segue un percorso istituzionale abbastanza prevedibile. Ma è a questo punto che accade qualcosa di straordinario, e per certi versi paradossale.
Nello stesso giorno in cui il Consiglio di Stato propone formalmente al Gran Consiglio di respingere la mozione di Più Donne, l’esecutivo invia una lettera ai Comuni ticinesi invitandoli a valutare l’adesione alla Carta per la parità salariale. Non solo: l’invito viene esteso anche ai consorzi di Comuni e agli enti autonomi comunali, ampliando ulteriormente la platea dei potenziali sottoscrittori.
Tutto questo avviene con discrezione, senza clamore, e senza alcun riferimento esplicito alla mozione che aveva riacceso il dibattito.
Il risultato: oltre trenta nuovi firmatari in poche settimane
La lettera parte il 18 marzo. Gli effetti sono immediati e sorprendenti. Già due giorni dopo arriva la prima nuova adesione, poi una seconda. Entro la fine del mese, ben 14 Comuni avevano firmato la Carta. E le adesioni non si sono fermate lì.
Nelle settimane successive il numero continua a crescere fino al punto che persino l’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo ha sottolineato con soddisfazione il risultato: oltre trenta nuovi firmatari ticinesi tra Comuni, consorzi ed enti autonomi. Un risultato che non ha precedenti nella storia recente di questa iniziativa.
Per mettere la cosa in prospettiva, basta confrontare due cifre:
- Comuni firmatari dal 2016 al marzo 2026: 2
- Nuovi firmatari nelle settimane successive alla lettera del Governo: oltre 30
Chi si deve prendere il merito?
È una domanda legittima, a cui vale la pena rispondere con onestà. Più Donne stessa, attraverso la voce di Tamara Merlo, autrice dell’analisi pubblicata su LaRegione il 2 ottobre 2026, non rivendica il merito esclusivo di questo risultato. I Comuni hanno deciso in piena autonomia, e la firma appartiene a loro.
Tuttavia, la sequenza degli eventi è difficile da ignorare:
- Dicembre 2025: Più Donne presenta la mozione sulla Carta per la parità salariale
- Marzo 2026: il Governo risponde di aver già fatto tutto nel 2016
- Stesso giorno: il Governo scrive ai Comuni per invitarli ad aderire
- Settimane successive: oltre trenta nuove adesioni
Che la mozione abbia riportato il tema all’attenzione dell’esecutivo — spingendolo a ripetere un’azione che riteneva già conclusa — appare difficile da escludere. Soprattutto considerando che nei dieci anni precedenti, senza alcuna pressione politica esplicita, il numero di Comuni firmatari era rimasto pressoché immutato.
Una lezione sulla politica istituzionale
Questa vicenda offre una riflessione più ampia sul funzionamento della democrazia rappresentativa. Le mozioni parlamentari non producono sempre effetti diretti e misurabili. Spesso il loro valore è quello di mantenere viva l’attenzione su temi che rischiano di scivolare nell’oblio burocratico.
Nel caso della parità salariale nel settore pubblico ticinese, una semplice mozione — anche se formalmente respinta — ha contribuito a scuotere un sistema rimasto fermo per quasi un decennio. Il fatto che il Governo abbia scelto di agire nello stesso giorno in cui proponeva di non agire è, a suo modo, la conferma più eloquente dell’utilità di quella proposta.
Come ha scritto Tamara Merlo con una punta di ironia, Più Donne non si offenderà se in futuro il Governo continuerà a respingere le sue mozioni. Soprattutto se continuerà a farlo con questi risultati.



