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Crystal meth nelle statuette di Buddha: thailandese espulso dalla Svizzera dopo quasi 40 anni di residenza

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Una condanna che arriva da lontano: droga nascosta nell’arte sacra

Quattro statuette di Buddha, un pacco proveniente dalla Thailandia e 48 grammi di metanfetamina purificata quasi all’80%: è questo il quadro che ha portato il Tribunale federale svizzero a confermare l’espulsione di un cittadino thailandese di 58 anni, da quasi quattro decenni residente nel cantone di Ginevra. La sentenza, resa pubblica di recente, chiude una vicenda giudiziaria che tocca temi complessi: integrazione, radicamento sul territorio e traffico di stupefacenti.

Il ritrovamento all’aeroporto di Ginevra

Tutto ha inizio quando un pacco spedito dalla Thailandia attira l’attenzione dei funzionari doganali in servizio presso l’aeroporto di Ginevra. I controlli di routine rivelano qualcosa di anomalo: all’interno si trovano quattro statuette di Buddha, apparentemente innocue oggetti decorativi o devozionali. Tuttavia, un esame più accurato rivela che ciascuna di esse cela un doppio fondo nel proprio astuccio.

All’interno di questi vani nascosti, gli agenti scoprono due bustine per ogni statuetta, per un totale di cristalli bianchi del peso complessivo di 48 grammi. L’analisi chimica conferma che si tratta di crystal meth, la forma cristallina della metanfetamina, con un grado di purezza vicino all’80%. Una quantità e una qualità sufficienti a configurare un reato grave sotto il profilo della legge federale sugli stupefacenti.

La perquisizione e le prove a casa dell’indagato

Il pacco risultava indirizzato alla compagna dell’uomo. Questo elemento ha portato gli inquirenti a estendere le indagini alla loro abitazione ginevrino. La perquisizione effettuata dalla polizia ha restituito un dettaglio significativo: altre quattro statuette di Buddha, in tutto simili a quelle intercettate all’aeroporto, ma con i doppi fondi già aperti e svuotati.

Un indizio che rafforza l’ipotesi investigativa: la spedizione non era la prima del genere, e il meccanismo di occultamento era già stato utilizzato in precedenza. Il quadro probatorio raccolto ha portato alla condanna dell’uomo.

La condanna e il percorso giudiziario

Il tribunale di primo grado ha dichiarato il 58enne colpevole di violazione della legge federale sugli stupefacenti, infliggendo una pena detentiva di 20 mesi con la condizionale e disponendo l’espulsione dal territorio svizzero per cinque anni. La decisione è stata successivamente confermata dal Tribunale cantonale ginevrino.

L’imputato ha deciso di ricorrere al Tribunale federale, il massimo organo giurisdizionale della Confederazione elvetica, sperando in una revisione della misura espulsiva. Le sue speranze, tuttavia, non hanno trovato accoglimento.

Quasi 40 anni in Svizzera, ma con radici deboli

Al centro del ricorso vi era la lunga permanenza in Svizzera: l’uomo era arrivato a Ginevra nel 1987, insieme al fratello maggiore e alla madre, poi deceduta. Una presenza sul territorio di quasi quattro decenni che avrebbe potuto essere considerata un elemento a favore di una maggiore clemenza.

I giudici del Tribunale federale hanno però analizzato la situazione concreta e sono giunti a conclusioni diverse. Il quadro emerso mostra un’integrazione sociale e linguistica molto limitata:

  • L’uomo non ha un’occupazione e dipende dall’assistenza sociale da diversi anni
  • Parla poco il francese, circostanza che lui stesso ha ammesso
  • Non ha familiari stretti in Europa, ad eccezione del fratello
  • Ha due figli adulti, ma nessun altro legame familiare nel continente
  • Mantiene contatti regolari con cugini e amici in Thailandia attraverso Internet

Proprio quest’ultimo aspetto è stato ritenuto significativo: il legame con il Paese d’origine non è puramente formale o teorico, ma si traduce in relazioni attive e continuative. Per i giudici losannesi, ciò riduce l’impatto dell’espulsione e rende la misura proporzionata alla gravità del reato commesso.

La decisione del Tribunale federale

Il Tribunale federale ha ribadito che, sebbene la durata del soggiorno in Svizzera rappresenti un fattore rilevante nella valutazione delle misure espulsive, essa non può essere considerata di per sé determinante. Conta anche e soprattutto il grado di integrazione effettiva nella società del Paese ospitante.

Nel caso specifico, la combinazione tra scarsa integrazione linguistica, dipendenza dal welfare, assenza di un’attività lavorativa e mantenimento di legami solidi con la Thailandia ha convinto i giudici a confermare la sentenza impugnata. L’espulsione di cinque anni è stata dunque definitivamente confermata.

Un caso che solleva domande più ampie

La vicenda mette in luce alcune tensioni tipiche dei sistemi giuridici moderni: da un lato il diritto penale e le sue conseguenze accessorie, dall’altro la tutela delle persone lungoresidenti e il principio di proporzionalità. In Svizzera, le espulsioni penali sono obbligatorie per determinati reati, ma i tribunali mantengono margini di valutazione sull’integrazione del soggetto.

In questo caso, quasi quarant’anni di residenza non sono bastati a costruire un radicamento sufficiente agli occhi della giustizia federale. Una sentenza che ricorda come la sola presenza prolungata sul territorio non equivalga automaticamente a integrazione, e che le conseguenze di certi reati possono essere ben più durature e profonde della pena detentiva stessa.

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