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Il volo FlyDubai diretto a Tel Aviv e la falla nella sicurezza aerea israeliana: chi doveva controllare il copilota?

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Un attacco a bordo che poteva diventare una tragedia

Era il 30 settembre quando un episodio di estrema gravità si è consumato a bordo di un Boeing 737 MAX 8 di FlyDubai, in volo da Dubai verso Tel Aviv. Il copilota, un cittadino omanita di 29 anni identificato con le iniziali H. al-H., ha aggredito fisicamente il comandante indiano Smit Machchhar, colpendolo con l’ascia di emergenza custodita in cabina. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato agli inquirenti, era prendere il controllo dell’aeromobile e farlo schiantare sull’aeroporto Ben-Gurion.

La tragedia è stata scongiurata grazie alla prontezza di riflessi del comandante ferito, che è riuscito ad aprire la porta della cabina, permettendo l’intervento dei passeggeri. Due piloti presenti a bordo come passeggeri hanno poi preso i comandi, atterrando d’emergenza in Arabia Saudita. I passeggeri sono stati successivamente trasferiti in Israele.

Chi era il copilota e cosa sapevano le compagnie

Il giovane, nato negli Emirati Arabi Uniti da padre omanita e madre siriana, aveva alle spalle un percorso professionale che attraversa diverse compagnie aeree. Secondo un profilo LinkedIn successivamente rimosso, aveva lavorato per circa sette anni con Oman Air, poi circa sette mesi con Royal Air Maroc, e infine otto mesi con FlyDubai.

Il dettaglio più inquietante emerge da quanto riportato dal Wall Street Journal: Oman Air lo aveva sospeso dal servizio di volo proprio per preoccupazioni legate a presunti orientamenti estremisti. Secondo alcune ricostruzioni, già durante la formazione come pilota sarebbero stati rinvenuti materiali di natura estremista in suo possesso. Anche le autorità australiane starebbero investigando su possibili connessioni del soggetto con l’Australia.

Va precisato che si tratta ancora di ricostruzioni giornalistiche e investigative: l’uomo è da ritenersi innocente fino a eventuale condanna definitiva.

Il nodo centrale: Israele aveva i dati dell’equipaggio?

Sì. E questo è forse il punto più sconcertante dell’intera vicenda. Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, le autorità di Tel Aviv avevano ricevuto prima della partenza del volo la lista completa delle persone a bordo, equipaggio incluso. La legislazione israeliana del 2023 prevede che le compagnie straniere comunichino questi dati almeno 48 ore prima del decollo, a fini di sicurezza e antiterrorismo.

L’autorità fiscale israeliana ha confermato di aver ricevuto regolarmente i dati relativi al volo FlyDubai, rimandando però al Ministero dei Trasporti per ogni ulteriore chiarimento. Il Ministero, almeno in un primo momento, non ha risposto alla domanda cruciale: quei dati erano stati davvero esaminati?

Chi è responsabile dei controlli sugli equipaggi stranieri?

Qui emerge un groviglio di competenze mai chiarito fino in fondo. Il quadro normativo distingue tra:

  • Compagnie israeliane e voli in partenza da Israele: la supervisione spetta allo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno;
  • Compagnie straniere in arrivo: la situazione è molto più ambigua, con responsabilità divise tra Ministero dei Trasporti, compagnie aeree e i rispettivi Paesi d’origine.

Un funzionario citato dalla CNN ha però aggiunto un elemento ulteriore: esisterebbe un accordo bilaterale separato tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in base al quale lo Shin Bet sarebbe tenuto a verificare gli equipaggi dei voli provenienti dagli Emirati. Un’affermazione che, anziché fare chiarezza, ha alimentato ulteriori interrogativi.

Yitzhak Raz, ex direttore dell’Autorità israeliana per l’aviazione civile, ha dichiarato senza mezzi termini che la responsabilità dei controlli di sicurezza sulle compagnie straniere ricade sul Ministero dei Trasporti, con il contributo di Shin Bet e Mossad. Questi soggetti, ha sottolineato, avrebbero il dovere di verificare l’identità dei piloti prima che entrino nel Paese.

La difesa del Ministero dei Trasporti

Il Ministero ha ammesso apertamente di non effettuare verifiche autonome sugli equipaggi stranieri, affidandosi invece alle autocertificazioni delle compagnie aeree. Tamir Uri, responsabile della divisione sicurezza, ha spiegato che il Ministero richiede alle compagnie di garantire che i propri piloti abbiano superato i controlli di sicurezza, precisando: «Non siamo un servizio d’intelligence. Le compagnie straniere sono quasi 120».

Il Ministero ha anche ammesso di non conoscere l’identità di tutti i membri degli equipaggi stranieri che atterrano in Israele, e di non sapere con certezza se piloti provenienti da Paesi senza relazioni diplomatiche con Tel Aviv abbiano mai operato su quei voli.

Come è potuto accadere: un omanita su un volo per Tel Aviv

Israele vieta esplicitamente alle compagnie internazionali di impiegare sui propri voli cittadini di Paesi nemici o privi di relazioni diplomatiche, come l’Oman. Eppure H. al-H. era in cabina. Le indagini, condotte principalmente dagli Emirati Arabi Uniti, dovranno stabilire se FlyDubai abbia violato queste regole, se la nazionalità del copilota non sia stata correttamente comunicata, oppure se Israele avesse le informazioni necessarie ma non abbia agito.

Possibili conflitti di interesse e allarmi ignorati

La vicenda ha aperto anche un fronte interno alla politica israeliana. L’opposizione alla Knesset ha chiesto le dimissioni della ministra dei Trasporti Miri Regev, accusando il suo dicastero di non aver impedito l’imbarco del copilota. Haaretz e Channel 12 hanno riferito che la ministra avrebbe ignorato ripetuti avvertimenti dello Shin Bet sulla sicurezza dei voli verso Israele.

Emergono inoltre possibili conflitti di interesse: secondo le ricostruzioni giornalistiche, un alto funzionario del Ministero incaricato di sorvegliare le compagnie straniere avrebbe svolto consulenze a pagamento proprio per alcune di esse, tra cui FlyDubai ed Emirates.

Un rapporto inascoltato e riforme mai avviate

Non si tratta di una vulnerabilità improvvisa. Circa due anni e mezzo fa, il Controllore dello Stato israeliano aveva già segnalato lacune nella supervisione delle compagnie aeree straniere, raccomandando la creazione di un’autorità nazionale per la sicurezza aerea che coinvolgesse Ministero dei Trasporti, Shin Bet, Mossad, aviazione militare, Consiglio di sicurezza nazionale e Ministero delle Finanze. Quella proposta è rimasta lettera morta.

Dopo l’incidente, il premier Benjamin Netanyahu ha incaricato il capo del Consiglio di sicurezza nazionale di nominare un esperto per una revisione complessiva del sistema. Ma al momento, le uniche misure concrete si limitano alla riconferma delle istruzioni già esistenti alle compagnie aeree. Una risposta che, alla luce di quanto accaduto, appare largamente insufficiente.

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