Un concorso di bellezza sotto i bombardamenti
Sarajevo, maggio 1993. La città è stretta in un assedio che dura da oltre un anno. I cecchini controllano le strade, le granate cadono senza preavviso e la vita quotidiana si misura in sopravvivenza: trovare acqua, trovare cibo, non esporsi troppo all’aperto. Eppure, in quel contesto di guerra, qualcuno decide di organizzare un concorso di bellezza.
Non è una provocazione e nemmeno un gesto di incoscienza. È, al contrario, un atto deliberato di resistenza civile: dare un segnale di normalità a una città martoriata e, allo stesso tempo, sfruttare la presenza dei giornalisti stranieri per lanciare un messaggio al mondo intero.
Inela e le altre: iscritte senza saperlo
La protagonista principale di questa vicenda si chiama Inela Nogić: capelli biondi, occhi verdi, diciassette anni. È sua madre a iscriverla al concorso, senza dirle nulla, convinta che il diritto di sognare appartenga a tutti, anche a chi vive sotto le bombe. Inela, quando lo scopre, si arrabbia. Poi accetta, e quella decisione cambierà la sua vita.
Una storia simile riguarda Marija, arrivata seconda nella competizione. Anche lei viene iscritta a propria insaputa. Racconta che in quei giorni gli argomenti di conversazione in città erano sempre gli stessi: le vittime, gli aiuti umanitari, come procurarsi l’essenziale. In questo scenario, la notizia di un evento così insolito si diffonde rapidamente. Per Marija, quel gesto rappresenta qualcosa di più di una semplice gara: è un messaggio di speranza concreto, quasi fisico.
Il 29 maggio 1993: quella notte nel seminterrato
Per ragioni di sicurezza, gli organizzatori scelgono di allestire la manifestazione nel seminterrato del Centro culturale bosniaco, nascosto tra i palazzi del quartiere. Il 29 maggio 1993 Sarajevo è sotto intensi bombardamenti. Nei giorni a cavallo dell’evento spostarsi in città è pericoloso, e anche durante la serata si sentono i colpi dei cecchini nelle strade circostanti.
Inela ricorda di non averci fatto troppo caso. In quel momento, dice, era immersa in una realtà parallela, lontana dal rumore della guerra. Le granate sembravano non raggiungerla, almeno per qualche ora. Un’isola temporanea di altro.
Quando viene incoronata vincitrice, Inela non si limita a sorridere alle telecamere. Insieme a Marija e alle altre concorrenti, dispiega un lungo striscione con una scritta che non lascia spazio a interpretazioni:
- «Non lasciate che ci uccidano»
Quelle parole, pronunciate da ragazze in abito da sera in un seminterrato di una città in guerra, hanno un impatto visivo e simbolico devastante. Le immagini fanno il giro del mondo.
Dal documentario alla canzone di Bono e Pavarotti
Tra chi assiste alla serata c’è il regista americano Bill Carter, che stava girando un documentario sulla Sarajevo assediata. La scena delle miss con lo striscione finisce nel film e arriva, attraverso Carter, all’attenzione di Bono, frontman degli U2.
La storia colpisce profondamente il cantante irlandese. Insieme a Brian Eno, scrive una canzone intitolata proprio Miss Sarajevo, che viene interpretata in collaborazione con Luciano Pavarotti. Il brano esce nel 1995 e trasforma definitivamente il volto di Inela Nogić in un simbolo riconosciuto a livello planetario.
Ma quella storia porta con sé anche una piccola ferita personale. Bono aveva promesso a Inela di chiamarla sul palco la prima volta che avrebbe eseguito la canzone a Sarajevo. Lei era lì, in mezzo al pubblico, con i suoi genitori. La canzone viene cantata. Il palco non arriva mai.
Una vita dopo Sarajevo: Amsterdam, un libro e un documentario
Oggi Inela Nogić vive e lavora ad Amsterdam con la sua famiglia. Sarajevo è lontana, geograficamente e temporalmente, ma non è mai davvero scomparsa dal suo orizzonte.
Nel corso di quest’anno ha pubblicato un memoir in lingua bosniaco-croata intitolato Miss opkoljenog Sarajeva (Miss della Sarajevo assediata), edito dalla casa editrice croata Hena Com. Un libro che ricostruisce quegli anni attraverso la sua prospettiva, senza filtri.
In parallelo è in fase di lavorazione Miss Sarajevo Returns, un documentario sulla sua vita firmato dal regista britannico Albie Swingler, destinato ai festival internazionali.
Il peso di essere un simbolo a diciassette anni
Quando le viene chiesto quanto sia distante da quella ragazza salita sul palco del Centro culturale bosniaco trent’anni fa, Inela risponde con una lucidità disarmante. Dice di essere lontana da lei per età, per esperienza e per serenità conquistata. Ma aggiunge di non essere in conflitto con quella versione più giovane di sé.
Quella ragazza, dice, ebbe il coraggio di presentarsi davanti al mondo intero. Un coraggio che oggi sente il bisogno di comprendere e proteggere, non di giudicare. E soprattutto di guardare con indulgenza, perché quella diciassettenne stava portando un peso che andava ben oltre ciò che sarebbe stato giusto chiedere a una persona così giovane.
Una storia che inizia con uno striscione in un seminterrato assediato e che, a distanza di tre decenni, continua a chiedere di essere raccontata. Perché alcune voci, una volta alzate, non smettono più di risuonare.



