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Scuola e disagio giovanile in Ticino: le assenze crescono dopo la pandemia e il Cantone studia il fenomeno

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Quando andare a scuola diventa un ostacolo

Con la ripresa delle lezioni in Svizzera, molti ragazzi tornano in classe portando con sé un peso che l’estate non è riuscita ad alleggerire: l’ansia da prestazione, la fatica nelle relazioni con i compagni, il timore di non essere all’altezza. Per una parte degli studenti, il semplice gesto di varcare l’ingresso della scuola può diventare un’impresa quotidiana.

Un quadro parziale di questo disagio emerge già dai dati PISA, l’indagine OCSE sulle competenze dei quindicenni. Nell’edizione 2025 – i cui risultati sono stati pubblicati nel settembre 2026 – l’11% degli studenti svizzeri ha dichiarato di aver saltato almeno una giornata scolastica nelle due settimane precedenti il test, mentre il 17% ha mancato almeno una lezione. Numeri comunque inferiori alla media OCSE, dove le percentuali salgono rispettivamente al 22% e al 24%. Si tratta però di assenze volontarie episodiche, che non fotografano la situazione di chi resta lontano dalla classe per settimane o per ragioni di salute psicofisica.

I dati ticinesi: una tendenza che preoccupa

In Ticino il fenomeno dell’assenteismo scolastico ha assunto dimensioni più chiare dopo la pandemia. Il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) ha confermato al Corriere del Ticino un’inversione di tendenza evidente: prima del 2020, nelle scuole medie il tasso medio di mancata frequenza oscillava tra il 3% e il 3,4%. Dopo l’emergenza sanitaria, la curva ha cambiato direzione in modo netto.

Ecco l’evoluzione dei dati registrati dalla Divisione della Scuola:

  • 2017–2020: media stabile tra il 3% e il 3,4%
  • 2020–2021: salto al 4,45%, nonostante la didattica a distanza
  • 2021–2022: picco del 5,6%
  • Anni successivi: stabilizzazione intorno al 5–5,2%

Un incremento che non si è riassorbito e che preoccupa docenti, educatori e professionisti dei servizi sociali, i quali segnalano situazioni ricorrenti legate a difficoltà emotive, problemi relazionali, episodi di bullismo e disturbi dell’attenzione, soprattutto nelle classi delle scuole medie.

Come interviene la scuola: il protocollo di allerta

Di fronte a questo scenario, gli istituti ticinesi non restano a guardare. Esiste un protocollo condiviso tra le singole scuole, la Sezione dell’insegnamento medio e il Servizio di sostegno pedagogico, che prevede una soglia di attenzione ben definita: circa 30 ore di assenza in poche settimane, al netto delle assenze per malattia ordinaria. Superata questa soglia, scatta il contatto immediato con la famiglia per analizzare la situazione e individuare misure di accompagnamento adeguate.

Il rientro in classe può essere graduale e il percorso scolastico viene modellato sulle esigenze del singolo ragazzo. Direzioni, consigli di classe, orientatori e pedagogisti lavorano insieme per costruire piani formativi personalizzati, che possono includere rientri progressivi oppure periodi di alternanza tra attività scolastiche e stage pre-professionali.

Il Servizio di sostegno pedagogico: chi aiuta gli allievi

In Ticino il supporto psicologico agli allievi delle scuole medie non è affidato a uno psicologo scolastico in senso stretto, bensì al Servizio di sostegno pedagogico. Questo servizio accompagna circa il 30% degli studenti, con interventi sia diretti — svolti all’interno della scuola — sia indiretti, attraverso il raccordo con le famiglie e la rete dei servizi sociali e sanitari cantonali. Una percentuale rimasta sostanzialmente stabile nell’arco dell’ultimo decennio.

L’azione del servizio copre più livelli:

  • Prevenzione delle difficoltà scolastiche e relazionali
  • Presa in carico diretta degli allievi con bisogni specifici
  • Consulenza psicopedagogica a docenti, dirigenti e genitori

Dal 2007–2008 fanno parte delle équipe anche educatori sociali, che si occupano di situazioni di disagio e coordinano misure socio-educative sia in ambito scolastico che extra-scolastico.

Una ricerca SUPSI per capire meglio il fenomeno

Per disporre di dati più solidi e strutturati, il DECS ha commissionato una ricerca al Centro di ricerca sui sistemi educativi della SUPSI. Il progetto, avviato operativamente nel settembre 2026, produrrà un rapporto conclusivo entro agosto 2028.

Lo studio analizzerà le coorti di allievi a partire dall’anno scolastico 2018–2019, approfondendo i fattori socio-demografici e scolastici associati alle assenze prolungate e tracciando le traiettorie nel tempo di chi accumula frequenti mancanze. Accanto all’analisi quantitativa, la ricerca includerà una componente qualitativa: interviste alle famiglie, studi di caso e raccolta delle esperienze di chi opera sul campo, per capire come il fenomeno viene affrontato concretamente nelle scuole.

Strumenti per recuperare la motivazione

Tra le misure già attive per sostenere gli allievi più fragili spicca il progetto LIFT, rivolto agli studenti di terza e quarta media con difficoltà motivazionali. Il programma prevede l’inserimento del ragazzo in un’azienda del territorio per due o tre ore settimanali fuori dall’orario scolastico, abbinato a sessioni di coaching a scuola per elaborare l’esperienza pratica e sviluppare competenze trasversali come la puntualità e l’autonomia.

Per chi conclude l’obbligo scolastico senza la licenza media — una quota stimata intorno all’1,2% degli studenti di quarta media, pari a qualche decina di giovani ogni anno — esiste un percorso di recupero gestito dalla Fondazione Pro Juventute in collaborazione con il DECS, che offre corsi serali e la possibilità di sostenere gli esami da privatista.

Il sistema di supporto post-obbligo include inoltre il Pretirocinio di orientamento, il Semestre di motivazione e il servizio GO95, che contatta i ragazzi tra i 15 e i 18 anni non inseriti in alcun percorso formativo. Attualmente, il 90% dei giovani ticinesi consegue un diploma di livello secondario II entro i 25 anni, un dato ancora distante dall’obiettivo nazionale del 95%. Per il Cantone si tratta di una priorità: la mancanza di un titolo scolastico espone i giovani a un rischio concreto di marginalizzazione formativa e professionale.

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