Il boom delle carte legate alle criptovalute
Mentre il venture capital si concentra sull’intelligenza artificiale, una parte significativa degli investimenti continua ad affluire nel settore crypto. Solo nella prima metà di quest’anno, le startup del comparto hanno raccolto 10 miliardi di dollari attraverso circa 750 operazioni. Ma il dato più interessante — e preoccupante — riguarda un fenomeno che sta crescendo nell’ombra: la diffusione di carte di pagamento collegate a portafogli in criptovaluta, sempre più spesso usate per scopi illeciti.
Queste carte, che convertono monete digitali in valuta tradizionale al momento del pagamento sui circuiti Visa e Mastercard, hanno conosciuto una crescita esplosiva. Secondo i dati di Paymentscan, solo nel mese di agosto le transazioni effettuate con carte abbinate a stablecoin hanno superato 1,1 miliardi di dollari, tre volte il volume registrato dodici mesi prima.
Stablecoin: rispettabilità conquistata, rischi trascurati
La spinta alla crescita è arrivata, paradossalmente, anche dai regolatori. Negli ultimi due anni, le autorità di Stati Uniti, Europa e Hong Kong hanno introdotto normative più chiare per le valute digitali, conferendo alle criptovalute — e alle stablecoin in particolare — una nuova legittimità. Il valore complessivo delle stablecoin ha quasi raddoppiato negli ultimi due anni, superando i 300 miliardi di dollari.
Visa e Mastercard, nel tentativo di conquistare una fetta di questo mercato in espansione, hanno aperto l’accesso ai propri circuiti a startup emittenti di carte dotate di licenze per i servizi di pagamento. Queste, a loro volta, concedono l’accesso ai circuiti a fornitori di criptocarte come Rain, Reap e Wirex, che dichiarano di rispettare gli obblighi normativi.
Controlli KYC: la falla nel sistema
Il nodo critico è rappresentato dai controlli sull’identità dei clienti, i cosiddetti KYC (Know Your Customer). In teoria, come avviene per le neobanche digitali, anche le criptocarte dovrebbero essere emesse solo a clienti la cui identità sia stata verificata. Nella pratica, il quadro è ben diverso.
Un rapporto pubblicato in aprile da Crystal Intelligence ha rilevato che quasi sette fornitori su dieci applicavano requisiti KYC deboli o nulli. Circa la metà dei soggetti privi di controlli adeguati aveva sede a Hong Kong, un quinto negli Stati Uniti. Altri operano con licenze rilasciate nel Caucaso o nei Paesi del Golfo, dove le norme sono meno stringenti.
I canali di distribuzione di queste carte sono eloquenti: siti in lingua russa e persiana pubblicizzano apertamente prodotti che permettono di aggirare le sanzioni finanziarie occidentali imposte a Iran e Russia. Uno di questi invita gli utenti a “pagare ChatGPT, Claude, Netflix, Spotify e altri servizi internazionali”. Un giornalista dell’Economist ha ottenuto una carta Visa tramite un canale Telegram in russo — senza documenti e senza attese — collegandola in pochi minuti a un portafoglio Apple Pay.
L’accesso illecito all’intelligenza artificiale americana
Uno degli impieghi più diffusi e discussi di queste carte riguarda il mercato cinese dell’intelligenza artificiale. I modelli americani come ChatGPT e Claude sono soggetti a restrizioni di vendita nei confronti di Paesi considerati avversari degli Stati Uniti, tra cui la Cina. Tuttavia, i social media cinesi abbondano di guide pratiche per aggirare questi blocchi.
Le strategie più comuni prevedono:
- L’acquisto di abbonamenti tramite criptocarte con identità false o indirizzi esteri
- L’utilizzo di VPN per simulare una posizione geografica diversa
- Il ricorso a “stazioni di trasferimento” che acquistano token di IA in Paesi senza restrizioni e li rivendono in Cina
Una fonte interna a un fornitore americano che si appoggia al circuito Rain ha dichiarato di ricevere ogni mese centinaia di richieste di carte con documenti cinesi e indirizzi stranieri. Un utente con IP a Shenzhen ha speso 50.000 dollari in abbonamenti a ChatGPT tramite l’App Store boliviano di Apple. Alcuni fornitori invitano esplicitamente chi non supera i controlli a “riprovare con un altro indirizzo”.
Il caso Anthropic-Alibaba e i flussi finanziari sospetti
La questione ha assunto contorni ancora più seri a settembre, quando Anthropic — la società che sviluppa Claude — ha accusato Alibaba di aver ottenuto accesso non autorizzato al modello per oltre 151 milioni di volte tra maggio e luglio, al fine di addestrare i propri sistemi attraverso la tecnica della cosiddetta “distillazione”. L’accesso sarebbe avvenuto tramite cinquemila account, alcuni dei quali finanziati con criptocarte virtuali. Alibaba non ha ancora risposto pubblicamente.
Un fornitore con sede a Hong Kong monitorato da Crystal Intelligence ha registrato, dalla fine del 2024, afflussi superiori a 355 milioni di dollari in stablecoin. Secondo una stima citata nell’indagine, una quota rilevante del miliardo di dollari mensili transato con criptocarte potrebbe alimentare il mercato grigio dei token di intelligenza artificiale.
Un sistema che chiede regole più severe
Il quadro complessivo che emerge è quello di un ecosistema finanziario in rapida espansione, che offre vantaggi reali — come la possibilità per i cittadini di Paesi con valute instabili di accedere a strumenti di pagamento in dollari — ma che presenta vulnerabilità strutturali sfruttate da criminali, soggetti sanzionati e chi vuole aggirare le restrizioni tecnologiche internazionali.
Secondo TRM Labs, i flussi illeciti in criptovalute hanno superato globalmente i 158 miliardi di dollari lo scorso anno. Eswar Prasad, economista della Cornell University, avverte che le stablecoin creano nuovi canali per transazioni finanziarie illecite sia all’interno dei singoli Paesi sia tra di essi.
Visa e Mastercard dichiarano di vietare sul proprio circuito attività illegali e di rispettare le leggi vigenti. Eppure, finché l’accesso ai circuiti di pagamento rimane aperto a operatori con standard di conformità disomogenei, il rischio di abusi resterà strutturale. La crescita di un settore non può prescindere dalla solidità dei controlli che lo governano.



