Il ritorno di Sirica: silenzio finito, parole chiare
Mesi di pausa, nessuna dichiarazione pubblica, poi la scelta di rompere il silenzio. Fabrizio Sirica, co-presidente del Partito Socialista ticinese, ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti in un’intervista rilasciata alla domenica del Corriere del Ticino. Al centro del racconto c’è l’episodio di Wassen: rilevato a oltre 100 km/h in una zona con limite a 50 mentre era in sella alla sua moto, Sirica aveva subito il ritiro della patente e rinunciato spontaneamente alla candidatura nel Consiglio di Stato nella lista rossoverde.
Ora, a mente più fredda, il politico luganese offre una riflessione articolata su quell’errore, sul suo ruolo nel partito e sulla politica ticinese più in generale.
L’errore ammesso, ma senza dimissioni
Sirica non nega nulla. Definisce l’accaduto «un errore grave» di cui si assume piena responsabilità. Tuttavia, spiega perché ha scelto di non lasciare la copresidenza del partito né il seggio in Gran Consiglio. La sua tesi è che un’infrazione commessa nella vita privata, senza mettere a rischio terze persone, non comprometta l’onorabilità della carica né il modo in cui ha sempre fatto politica.
«Ho condotto battaglie sui finanziamenti alla politica e continuo a farlo», ricorda. Proprio per coerenza con questa impostazione, ha scelto di comunicare l’accaduto pubblicamente e in maniera diretta, tramite i social, piuttosto che affidarsi a comunicati formali. Voleva trasmettere, dice, «imbarazzo e frustrazione» in modo autentico.
La lettera di oltre cento firme e il partito non spaccato
Dopo l’episodio, alcune voci interne al PS lo hanno criticato con durezza. Ma Sirica ridimensiona l’idea di una spaccatura profonda: a suo dire, chi chiedeva le dimissioni «si conta sulle dita di meno di due mani». A testimonianza del contrario, cita una lettera di sostegno firmata da oltre cento iscritti e simpatizzanti.
«Temevo che un errore di pochi secondi cancellasse più di dieci anni di lavoro, spesso volontario», ammette. Ma i riscontri ricevuti — sia dai militanti che dai cittadini fermati per strada — lo hanno convinto che la trasparenza sia stata la scelta giusta.
«Sinistra operaia, non moralista»: la visione politica di Sirica
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda la coerenza politica: in molti si sono chiesti se andare in moto sia compatibile con le posizioni ecologiste degli alleati Verdi e MpS. La risposta di Sirica è netta e rivela una visione precisa del socialismo che intende praticare.
«Vengo da una sinistra operaia e popolare», dice, «non da una sinistra moralista che pretende coerenza assoluta da ogni gesto individuale». Per Sirica i cambiamenti devono essere collettivi e strutturali, non il frutto della colpevolizzazione delle scelte private dei singoli. Il suo motto è esplicito:
- Prima di tutto la fine del mese, ovvero le condizioni materiali dei lavoratori.
- Libertà nelle scelte personali, che si tratti di moto, fuochi d’artificio o tradizioni popolari.
- Nessuna pretesa di purezza comportamentale imposta dall’alto.
Una posizione che suona come una critica implicita a una certa sinistra culturalmente distante dalla base popolare.
Marina Carobbio e la corsa al Consiglio di Stato
Sirica si esprime anche sulle prossime elezioni cantonali e sulla candidatura al Consiglio di Stato. Lui stesso avrebbe potuto essere in lista, ma vi ha rinunciato dopo l’episodio di Wassen. Sostiene convintamente Marina Carobbio, uscente, definendola una garanzia istituzionale in un periodo di forte antipolitica. «Per fortuna c’è Marina», dice, sottolineandone esperienza, coerenza e credibilità.
Sulla questione se la sua eventuale candidatura fosse concepita «contro» Greta Gysin, risponde che l’obiettivo era costruire il più ampio campo progressista possibile, schierando i nomi più forti in uno scenario di destra potenzialmente divisa.
Trasparenza nei CdA e riforma delle nomine
Nel corso dell’intervista Sirica si occupa anche di governance pubblica, a partire dalla recente notizia sugli alti compensi di alcuni membri di consigli di amministrazione di aziende partecipate come AIL e Casinò. La sua posizione è chiara: i soldi pubblici richiedono massima trasparenza su compensi e mansioni svolte.
Va oltre e chiede una riforma del sistema di nomina nei CdA: la ponderazione politica esiste ed è comprensibile, ma in un cantone piccolo come il Ticino è diventata eccessiva. Il primo criterio di selezione, secondo Sirica, deve essere la competenza, verificata attraverso concorsi e selezioni trasparenti. Solo in un secondo momento dovrebbe entrare in gioco la sensibilità politica.
CPI su Hospita-Lega e il caso Zali
Sirica si esprime anche sulla Commissione parlamentare d’inchiesta legata al caso Hospita-Lega, alla quale ha partecipato nella fase iniziale. Respinge le accuse di strumentalizzazione elettorale e difende la scelta di istituire la commissione perché, spiega, c’erano troppe zone d’ombra che gli strumenti parlamentari ordinari non avrebbero potuto illuminare. Apprezza il lavoro svolto e in particolare il fatto che nessuna notizia sia trapelata prima del tempo.
Sul caso Zali si limita a poche parole: ritiene che sia già stato detto tutto il necessario e che le sue posizioni siano sempre state fondate su documenti e fatti concreti, non su sospetti.
Un passo indietro, per andare avanti meglio
Chiude l’intervista con una riflessione quasi metaforica: «Sono tornato, un po’ più piano». Ammette di aver tolto il piede dall’acceleratore — «anche simbolicamente» — e di essersi reso conto che forse stava cercando di fare troppo. L’episodio di Wassen, al netto delle conseguenze negative, gli ha insegnato qualcosa. Gli errori servono, dice, se permettono di crescere. E lui si sente più maturo e più motivato che mai a fare politica sui temi che, come ripete, migliorano la fine del mese.



