Il Gran Consiglio ticinese dice no alle proposte MPS sulla magistratura
Il Parlamento cantonale ticinese ha chiuso i battenti su due iniziative parlamentari che puntavano a ridisegnare alcune regole fondamentali del sistema giudiziario. Firmate dai granconsiglieri Matteo Pronzini e Pino Sergi del Movimento per il Socialismo (MPS), entrambe le proposte sono state respinte con margini netti, segnando una sconfitta politica chiara per i proponenti.
Prima proposta: abbassare a 65 anni l’età pensionabile dei magistrati
Il primo dossier riguardava l’abbassamento del limite d’età per il pensionamento obbligatorio dei magistrati ticinesi. Attualmente fissato a 70 anni, i due deputati proponevano di portarlo a 65, in linea con quanto avviene in molti altri ambiti professionali.
Per valutare la misura, la Commissione giustizia e diritti del Gran Consiglio ha consultato il Consiglio della magistratura, che ha espresso una posizione contraria alla modifica. In una lettera inviata lo scorso maggio, l’organo di vigilanza ha sottolineato tre argomenti principali contro la riduzione:
- Il limite attuale di 70 anni è considerato adeguato al contesto della professione giudiziaria;
- L’esperienza maturata nel tempo dai magistrati rappresenta un valore aggiunto per il sistema;
- Un pensionamento anticipato rischierebbe di rendere la carriera in magistratura meno attrattiva per i professionisti più qualificati.
Il Gran Consiglio ha seguito questa linea, respingendo l’iniziativa con 41 voti contrari. La proposta non ha trovato il consenso sufficiente nemmeno tra i banchi non direttamente coinvolti, a conferma di un orientamento generale favorevole allo status quo.
Seconda proposta: la destituzione dei magistrati affidata al Parlamento
La seconda iniziativa era di natura più strutturale e toccava un punto sensibile dell’architettura istituzionale: chi dovrebbe avere l’ultima parola sulla destituzione di un magistrato?
Oggi questa competenza spetta al Consiglio della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura ticinese. Pronzini e Sergi proponevano invece di trasferire tale potere decisionale al Gran Consiglio, su proposta dello stesso Consiglio della magistratura. La logica alla base dell’iniziativa era quella di applicare il principio democratico secondo cui chi elegge un magistrato debba anche avere la facoltà di destituirlo.
Non è un mistero che questa proposta abbia trovato terreno fertile anche alla luce della vicenda legata alla destituzione dei magistrati Siro Quadri e Francesca Verda Chiocchetti, un caso che aveva sollevato un ampio dibattito pubblico sulla trasparenza e la responsabilità nell’ambito della giustizia ticinese.
Le perplessità della Commissione e del Governo
Nonostante la motivazione politica comprensibile, la proposta ha incontrato resistenze sia in sede commissionale sia da parte dell’esecutivo cantonale. La maggioranza della Commissione giustizia e diritti ha raccomandato di non modificare la normativa vigente, citando due criticità principali:
- La modifica avrebbe indebolito la capacità di vigilanza disciplinare del Consiglio della magistratura;
- Avrebbero potuto emergere seri problemi sul piano del diritto di ricorso.
Anche il Consiglio di Stato si è schierato contro la proposta, basandosi sui pareri del Tribunale d’appello e del Consiglio della magistratura. Il Governo ha evidenziato che affidare al Parlamento una funzione disciplinare avrebbe generato una pericolosa sovrapposizione tra l’alta vigilanza parlamentare — che è di natura politica — e la vigilanza tecnica sulla magistratura, rischiando di compromettere il principio della separazione dei poteri.
Un ulteriore elemento tecnico sollevato dal Governo riguardava l’impugnabilità delle decisioni: se fosse stato il Gran Consiglio a deliberare sulla destituzione, il provvedimento non avrebbe potuto essere portato davanti alla Commissione di ricorso sulla magistratura, riducendo così le tutele processuali dei magistrati interessati.
Una sconfitta ancora più netta: 61 voti contrari
La seconda iniziativa ha subito una bocciatura ancora più severa rispetto alla prima: il Gran Consiglio l’ha respinta con 61 voti contrari, un risultato che evidenzia come il Parlamento ticinese, nel suo complesso, abbia valutato la proposta come potenzialmente destabilizzante per l’equilibrio istituzionale.
Un segnale politico chiaro per il sistema giudiziario ticinese
Il doppio voto negativo del Gran Consiglio rappresenta un punto fermo nella discussione sulla governance della magistratura in Ticino. Al di là delle posizioni politiche dei singoli gruppi, emerge una convergenza ampia attorno all’idea che le regole attuali — pur perfettibili — garantiscano un equilibrio accettabile tra indipendenza della magistratura, controllo democratico e tutele processuali.
Le iniziative di MPS avevano il merito di portare all’attenzione temi reali e sentiti dall’opinione pubblica, soprattutto alla luce di vicende giudiziarie controverse. Tuttavia, le soluzioni proposte sono state giudicate tecnicamente rischiose e istituzionalmente problematiche dalla grande maggioranza dei deputati e dagli organi consultivi interpellati.
Rimane aperto, invece, il dibattito più ampio sulla trasparenza del sistema giudiziario ticinese e sui meccanismi di accountability dei magistrati, temi che con ogni probabilità torneranno sul tavolo nei prossimi mesi.



