Dal gioco alla fotografia: quando la fidanzata iscrive al calendario
Non era nei piani di Massimo Balena finire su un calendario. Eppure, a 29 anni, questo giovane agricoltore originario di Bellinzona si è ritrovato davanti a un fotografo per il Calendario degli agricoltori svizzeri, in un’esperienza che lui stesso definisce inaspettata e nata quasi per caso. È stata la sua fidanzata a iscriverlo, con la leggerezza di chi sa che, nel peggiore dei casi, non si perde nulla. «Se mi prendono bene, altrimenti pazienza», era il ragionamento.
Per qualcuno abituato ai ritmi della stalla e ai campi aperti, confrontarsi con luci artificiali e obiettivi fotografici non era certo il territorio più familiare. Il nervosismo iniziale era reale: uno dei primi pensieri è stato quello di immaginarsi le battute dei colleghi. Ma sul posto di lavoro la cosa è stata accolta con ironia bonaria, e anche durante le riprese la tensione si è sciolta progressivamente. «Alla fine è diventato tutto più naturale», racconta Massimo, che si considera una persona timida e che di fronte a quella macchina fotografica si è messa in gioco per la prima volta in modo così diretto.
Il risultato gli ha dato soddisfazione: «Ero quasi fiero. Mi sono messo in gioco e ci ho messo la faccia». Un atteggiamento che racconta molto del carattere di un ragazzo che, nella vita, ha scelto una strada tutt’altro che scontata.
Le radici di una passione: la nonna, la stalla e i Grigioni
La storia di Massimo con la terra non comincia in un’azienda agricola, ma nella casa di vacanza della nonna a Campoblenio. Da bambino, insieme al fratello, trascorreva il tempo a esplorare le stalle dei dintorni, curiosando tra gli animali e dando una mano per quanto poteva. Un seme piantato senza troppa consapevolezza, che ha trovato terreno fertile negli anni successivi, anche grazie alla scelta del fratello di formarsi nel settore agricolo.
Quando è arrivato il momento di scegliere il proprio percorso professionale, Massimo ha deciso di uscire dal Ticino per fare l’apprendistato. Tre anni, tre aziende diverse in altrettante località dei Grigioni: Bergün, Jenins e Davos. Una formula pensata per garantire un’esperienza diversificata, che però ha comportato anche una sfida linguistica non trascurabile: scuola e lavoro erano interamente in tedesco. «Il primo anno è stato abbastanza duro», ammette senza nasconderlo.
Oggi Massimo vive a Klosters, immerso in una realtà in cui l’agricoltura è parte integrante della vita quotidiana. Eppure, anche lì, osserva una tendenza preoccupante: i giovani — anche quelli nati in famiglie agricole — si allontanano sempre più da questo mestiere.
Cosa rende speciale questo lavoro: animali, aria aperta e flessibilità
A chi chiede cosa lo spinge ad alzarsi all’alba ogni giorno, Massimo risponde senza esitare. Ci sono almeno tre elementi che rendono il lavoro agricolo unico ai suoi occhi:
- Il rapporto con gli animali: si crea un legame, ci si affeziona, e ci si impegna per garantire loro il miglior benessere possibile.
- La vita all’aperto: le giornate si svolgono principalmente fuori, lontano da uffici e schermi.
- La variabilità: il clima detta i ritmi, e i programmi possono cambiare da un’ora all’altra. Questo — paradossalmente — viene vissuto come una forma di libertà rispetto alla routine fissa.
Una visione del lavoro che contrasta nettamente con gli stereotipi che, da ragazzo cresciuto a Bellinzona, si era trovato ad affrontare. Quando annunciò ai compagni di classe che avrebbe scelto l’agricoltura, le reazioni non furono entusiaste. I pregiudizi legati a questo mestiere sono ancora molto radicati, e secondo Massimo contribuiscono a scoraggiare i giovani prima ancora che possano conoscere davvero la realtà del settore.
Le ombre del settore: burocrazia, orari e la chiusura dell’allevamento
Massimo non idealizza la sua professione. Le criticità esistono, e lui le conosce bene — anche per esperienza diretta. Aveva avviato una piccola azienda propria con 650 galline allevate all’aperto, ma è stato costretto a chiuderla per via di un’interpretazione normativa: una stalla situata a circa due metri da un ruscello, presente da secoli in quella posizione, è stata ritenuta incompatibile con le nuove disposizioni ambientali. Lo stesso spazio aveva ospitato per anni anche mucche e cavalli senza problemi. Poi, con l’arrivo di nuovi funzionari, le regole sono cambiate.
«Fanno diverse leggi, ogni anno ne arriva una diversa dall’altra, sempre più complicate. Noi dobbiamo adattarci», dice con una rassegnazione che non nasconde la frustrazione. Una burocrazia in continua evoluzione che mette sotto pressione chi lavora la terra, spesso senza un adeguato supporto.
A questo si aggiungono gli orari. Durante la fienagione estiva, si arriva a lavorare anche 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Il settore agricolo è tra i pochi in cui è legalmente consentito superare le 55 ore settimanali, ma nella pratica si arriva spesso a 60 o 65. Le vacanze sono poche, i guadagni non elevatissimi. Un quadro che rende difficile attrarre nuove leve, soprattutto in un’epoca in cui i giovani hanno molte più alternative rispetto alle generazioni precedenti.
Un futuro che si sceglie ogni giorno
Nonostante tutto — la burocrazia, le giornate interminabili, la chiusura forzata del suo allevamento — Massimo Balena non ha rimpianti. La sua risposta alla domanda se rifarebbe le stesse scelte è netta e senza riserve: «Rifarei agricoltura al 100%».
Una dichiarazione che vale più di qualsiasi analisi di settore. In un momento in cui l’agricoltura svizzera fatica ad attrarre giovani e si confronta con normative sempre più stringenti, storie come quella di Massimo ricordano che la passione — nata tra le stalle di Campoblenio da bambino — può ancora fare la differenza. E che mettersi in gioco, anche davanti a una macchina fotografica, è spesso il primo passo per raccontare qualcosa di autentico al mondo.



