Salari, federalismo e democrazia sotto attacco: la Svizzera rischia il dumping salariale

Con la recente decisione del Consiglio nazionale, la maggioranza parlamentare di destra ha lanciato un attacco senza precedenti ai salari, al federalismo e alla volontà popolare. L’attuazione della controversa mozione Ettlin, che prevede la supremazia dei salari stabiliti nei contratti collettivi rispetto ai salari minimi cantonali, rappresenta un pericoloso passo verso la legalizzazione del dumping salariale.

Il salario minimo, strumento essenziale contro la povertà, rientra pienamente nelle competenze dei Cantoni, in quanto misura di politica sociale locale. Il suo smantellamento, deciso a Berna contro il parere del Consiglio federale e di ben 25 Cantoni su 26, si configura come un attacco diretto ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori più vulnerabili, oltre che una grave violazione del principio di federalismo su cui si fonda la Svizzera.

Il tentativo della Confederazione di imporsi su decisioni locali, frutto di partecipazione popolare e prossimità territoriale, è uno schiaffo alla democrazia e mina l’equilibrio istituzionale del Paese. Il disegno politico è chiaro: ridurre le tutele salariali e smantellare gli strumenti faticosamente costruiti da Cantoni e Comuni per contrastare la precarietà.

Il Ticino in prima linea per difendere i salari

In Ticino, la questione è particolarmente sentita. Oltre 10’000 cittadini hanno già sostenuto con la propria firma l’iniziativa popolare cantonale per un salario minimo più elevato, che prevede esplicitamente la prevalenza del salario minimo cantonale rispetto ai salari dei contratti collettivi. Una volontà popolare netta, che la riforma in discussione tenta ora di aggirare.

“Mi auguro che la Camera degli Stati abbia il coraggio di difendere i Cantoni e bocci questa riforma centralista, antisociale e anticostituzionale”, ha dichiarato il primo firmatario dell’iniziativa, ribadendo l’impegno a riaprire il dibattito istituzionale al rientro dalla pausa estiva. E avverte: “Se necessario, porteremo la parola di nuovo al popolo. Perché la dignità del lavoro non si baratta e la volontà popolare non si cancella per decreto”.

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