Nell’epoca della produzione di massa e della fretta, c’è ancora chi sa parlare la lingua dell’acciaio.
A Gravesano e Vezia, nel cuore del Ticino, vive e lavora Martin Bucher, artigiano fuori dal tempo e fondatore di Martin l’Artigiano. La sua è una storia fatta di ritorni: ritorno ai gesti antichi, al rumore del martello sulla lama incandescente, all’odore del ferro caldo che si fonde con quello del legno.
Cresciuto con il fascino delle botteghe di una volta, dopo una carriera da falegname ha riscoperto la fiamma della forgia attraverso un corso al Museo Ballenberg. Da lì, una passione viscerale si è trasformata in vocazione: insegnare ad altri — bambini, adulti, curiosi — come dare forma e anima al metallo.
I suoi corsi, autentici e profondamente umani, si svolgono in piccoli gruppi, lontano dal clamore e dalla serialità, per offrire un’esperienza unica, personale. Per Martin, ogni oggetto forgiato è un’estensione di chi lo crea.
Non si tratta solo di imparare a costruire un coltello o un’ascia: si tratta di riscoprire un dialogo con la materia, il tempo e sé stessi.
Lo abbiamo incontrato nella sua officina per parlare di fuoco, passione e del senso più profondo del fare a mano.
1. Da bambino, lei era affascinato dalla bottega del fabbro locale, e la sua passione è rinata frequentando un corso al Museo di Ballenberg circa 10 anni fa. Può raccontarci come è iniziato il suo percorso e cosa l’ha spinta a trasformarlo in una professione?
Quando sono arrivato qui, nello spazio che oggi è la mia officina, era tutto completamente vuoto.
C’era solo una vecchia forgia. Quello stesso anno sono andato al Museo Ballenberg e ho scoperto che offrivano corsi di forgiatura. Ho deciso di iscrivermi. Mi ero portato dietro, fin dall’infanzia, il ricordo degli odori, del suono del martello, del fuoco: tutto ciò che rende viva una bottega artigiana.
Quello è stato il mio primo corso e ha innescato una vera reazione a catena.
Di mestiere, io sono falegname. Ma con le riforme del Cantone ho perso una parte importante del mio lavoro. Così ho scelto di ridimensionare la mia attività nella falegnameria e sviluppare, in parallelo, il lato da fabbro.
Oggi collaboro con diverse ditte per mantenermi, e questo mi consente di avere un mio spazio, un mio laboratorio. Non mi considero un fabbro nel senso tradizionale — non ho un diploma — ma so forgiare. Sono ormai circa 15 anni che porto avanti questa attività.
Nella mia officina si sono create vere e proprie “costellazioni umane”: ho accolto madri, padri, ciclisti… persone di ogni tipo che vengono qui per imparare a forgiare un’ascia, un coltello, o semplicemente per vivere un’esperienza autentica.
Per me, tutto questo rappresenta un ponte verso la pensione, ma anche un modo per coltivare una passione profonda, fatta di mani, fuoco e silenzio.
Nei suoi corsi si parla spesso di “lingua dell’acciaio” e del dare un’anima agli oggetti. Cosa intende con queste espressioni, e come riesce a trasmetterle ai suoi allievi?
Non esiste un manuale, un libretto che ti spiega come funziona. Ogni persona ha le sue capacità, fisiche e mentali, quindi ogni corso che propongo è su misura.
Prima osservo, ascolto, cerco di capire chi ho davanti: c’è chi è più abile manualmente, chi ha bisogno di più tempo. E in base a questo, costruisco il percorso.
Dare “anima” a ciò che si forgia è essenziale. Se non riesci a metterci l’anima, ti fai male.
Perché non capisci la materia. Il fuoco è caldo, l’acciaio anche. Devi essere presente, cosciente. Ma non di quello che fai, bensì di quello che senti.
Il fuoco l’hai visto migliaia di volte, ma ti sei mai davvero chiesto cosa provi davanti ad esso?
Questo è il linguaggio che cerco di insegnare: non tecnico, ma interiore.
Offrite corsi base, approfondimenti, creazione di strumenti come martelli, asce e coltelli. Quali tra questi riscuotono maggiore successo e perché?
Non c’è un corso che abbia più successo degli altri. Un corso base ha la stessa dignità e valore di uno avanzato.
Per me l’obiettivo è sempre lo stesso: aiutare la persona a raggiungere il proprio obiettivo, qualunque esso sia.
Che sia forgiare un coltello o semplicemente imparare a tenere un martello in mano, la soddisfazione è la stessa.
Ho vissuto e continuo a vivere questa soddisfazione ogni giorno con i miei allievi.
I suoi corsi si svolgono in piccoli gruppi, da una a tre persone, a Gravesano e Vezia. Quali vantaggi offre questo approccio così intimo?
Ho scelto volutamente questa formula ristretta. Non devo vivere di questo lavoro: guadagno la mia “pagnotta” collaborando con altre ditte.
Così posso permettermi il lusso di seguire al meglio chi partecipa.Con tre persone, ognuna ha il suo fuoco. E io posso seguirle, sentirne l’energia, osservare come reagiscono e guidarle passo dopo passo.
Mi interessa creare un’esperienza autentica, qualcosa che lasci il segno.
Preferisco meno persone, ma più coinvolte, che escano da qui con un vero “wow” negli occhi.
Partecipa anche a eventi pubblici, come il Presepe Vivente di Cadempino, e offre corsi in italiano e tedesco. Qual è per lei il valore di queste iniziative?
Gli eventi fuori dall’officina li faccio per un motivo semplice: mostrare che l’artigiano esiste ancora.
Non lo faccio per marketing, non per cercare clienti. Se qualcuno poi si iscrive, ben venga.
Ma il mio obiettivo è che la gente, passando, possa vedere con i propri occhi che questo lavoro esiste ancora, che c’è ancora qualcuno che lo porta avanti.
È bellissimo vedere gli occhi dei bambini che si illuminano, o gli anziani che raccontano le loro storie di vita.
Ho avuto anche due scuole che sono venute qui e ho forgiato davanti a loro.
Quanto alla lingua, offro corsi sia in italiano che in tedesco: sono svizzero tedesco, vengo da Berna, ed è naturale per me aprire le porte a tutti.
Martin l’Artigiano Sagl
Laboratorio: via Grumo 2, 6929 Gravesano, Svizzera
Via Ca’ del Caccia 2, 6943 Vezia, Svizzera
+41 79 508 51 20




