Il verdetto su Regeni e il silenzio del Cairo
La sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Roma sul caso di Giulio Regeni ha occupato le prime pagine dei giornali italiani e non solo. Tre agenti dei servizi segreti egiziani — Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed — sono stati condannati in contumacia. Una pronuncia storica sul piano simbolico, ma che rischia di rimanere lettera morta sul piano pratico.
In Egitto la notizia è passata quasi in sordina. I media locali le hanno dedicato appena un cenno, e le autorità del Cairo non mostrano alcuna intenzione di dare seguito a un verdetto pronunciato a dieci anni dalla morte del giovane ricercatore italiano. I tre condannati risultano di fatto irreperibili, e il governo egiziano non ha alcun interesse politico a riaprire una vicenda così delicata.
Ahmed Douma: l’attivista che il regime non riesce a silenziare
Per comprendere la struttura del potere in Egitto, è utile allargare lo sguardo oltre il caso Regeni. La storia di Ahmed Douma, su cui Amnesty International ha lanciato una campagna di sensibilizzazione, offre una prospettiva illuminante.
Nato nel 1985, oggi quarantunenne, Douma è scrittore, poeta e militante politico. È stato tra i fondatori del movimento giovanile 6 Aprile e uno dei protagonisti delle storiche proteste di piazza Tahrir nel gennaio-febbraio 2011, che portarono alla caduta di Hosni Mubarak. Da allora, la sua vita è stata scandita dall’alternanza tra la militanza e il carcere.
Ha trascorso complessivamente più di dieci anni detenuto. Le ragioni dei suoi arresti si sono succedute nel tempo, cambiando di facciata ma non di sostanza: prima l’opposizione a Mubarak, poi la resistenza al governo dei Fratelli Musulmani di Morsi, infine il contrasto aperto al regime di Abdel Fattah Al Sisi. Nel 2023 quest’ultimo gli ha concesso la grazia, ma la libertà di Douma è durata poco.
Di nuovo in cella per un articolo di giornale
Nel marzo di quest’anno, Douma ha pubblicato un intervento sul quotidiano Al-Araby Al-Jadeed in cui denunciava le politiche illiberali del governo egiziano e gli effetti destabilizzanti della detenzione arbitraria sulla coesione sociale del paese. Un testo critico, certo, ma privo di qualsiasi invito alla violenza.
La risposta delle autorità è stata immediata: nuova condanna a un anno di reclusione con l’accusa di diffusione di notizie false. Una formula ormai collaudata, impiegata sistematicamente in molti paesi autoritari per neutralizzare il dissenso senza ricorrere apertamente a leggi politiche. Amnesty International ha denunciato gravi irregolarità processuali, definendo la condanna una palese violazione dei diritti fondamentali.
Il messaggio sotteso è chiaro: ricondannare Douma significa lanciare un segnale intimidatorio verso chiunque — laici, ex militanti islamici, giovani attivisti — stia valutando di alzare la voce contro il governo.
La complessità egiziana: democrazia, stabilità e il rischio di fitna
Sarebbe però riduttivo limitarsi a leggere la situazione egiziana attraverso la semplice dicotomia tra oppressori e oppressi. La realtà è più articolata, e ignorarne la complessità porta a conclusioni fuorvianti.
L’Egitto porta sulle spalle decenni di instabilità politica, tensioni settarie e pressioni esterne. Il timore della fitna — termine arabo che indica la dissoluzione dell’ordine sociale — è un fattore culturale e politico reale, non una mera scusa del potere. La storia recente della regione, da Iraq alla Libia alla Siria, ha mostrato quanto fragili possano essere gli equilibri quando crollano in modo brusco.
Questo non significa giustificare la repressione, ma significa capire perché una parte della popolazione egiziana tollera o addirittura sostiene un sistema autoritario pur di evitare il caos. L’alternativa alla dittatura, in certi contesti, non è automaticamente la democrazia liberale: può essere la guerra civile.
- La caduta di Mubarak nel 2011 aprì una fase di grande incertezza.
- Il governo Morsi durò meno di due anni prima di essere rovesciato.
- Al Sisi si è imposto come garante dell’ordine, con tutto ciò che questo comporta in termini di libertà civili.
Un sistema punitivo che non distingue tra dissidenza e crimine
La repressione in Egitto non si limita al campo politico. Nel 2025 sono state comminate 541 condanne a morte per reati che spaziano dal favoreggiamento del terrorismo al traffico di droga, fino alla prostituzione. Un numero impressionante, che testimonia la pervasività del pugno di ferro a ogni livello della società.
Tra i casi più recenti, quello della presentatrice televisiva Sarah Khalifa, condannata insieme ad altri undici imputati: nelle sue abitazioni, trasformate in laboratori clandestini, le autorità avrebbero sequestrato 750 chili di stupefacenti e un arsenale di armi illegali.
Episodi come questo mostrano che il sistema repressivo egiziano non è rivolto esclusivamente contro i dissidenti politici, ma si estende a qualsiasi fenomeno percepito come minaccia all’integrità dello Stato. Il confine tra legittima difesa dell’ordine pubblico e abuso sistematico del potere, tuttavia, rimane pericolosamente labile.
Una giustizia che l’Occidente non può esportare
Il verdetto romano su Regeni e la nuova detenzione di Douma ci consegnano un quadro scomodo. L’Occidente può pronunciare sentenze, lanciare campagne, esprimere solidarietà — e tutto questo ha un valore morale innegabile. Ma la giustizia non si esporta per decreto, così come non si esporta la democrazia.
Ciò che si può fare è mantenere alta l’attenzione, sostenere le organizzazioni che tutelano i diritti umani, e soprattutto evitare di semplificare contesti che semplici non sono. Ahmed Douma continua a lottare dall’interno, a costo della propria libertà. Il minimo che possiamo fare è non dimenticarlo.



