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Il momento della presentazione delle liste è sempre emozionante ma pure stressante: ogni volta c’è una parte di “duello giuridico” che assorbe parte dell’energia che, invece, mi piacerebbe poter dedicare ai contenuti della campagna.

Alle elezioni cantonali 2019 ho dovuto battermi per avere in lista una candidata che studiava in Germania, con tanto di verifiche sui cataloghi degli svizzeri residenti all’estero, corrispondenza con il consolato, ricorso… Tutto bene, alla fine.

Alle elezioni federali 2019 ho dovuto protestare ufficialmente per la denominazione di una lista che assomigliava stranamente alla nostra “Più Donne”, con tanto di telefonate e lettere e ricorso… Tutto bene, alla fine.

Ora siamo alle elezioni comunali 2021 e, dopo discussioni a voce, telefonate ed email, indovinate un po’, mi tocca preparare un ricorso…

Non è divertenteanche se, in ogni caso, è sempre interessante.

Questa volta si tratta di una questione fondamentale: il diritto di comparire con il proprio nome e cognome sulla scheda di voto.

Sembra normale, no?

E invece può rivelarsi una corsa ad ostacoli, come minimo.

La questione riguarda in massima parte le donne: alla radice del problema c’è la consuetudine secolare di “prendere il cognome del marito”. Tra cognomi da nubile, da sposata, da divorziata… c’è di che soffrire di crisi d’identità.

O forse no, almeno non fino a quando non si cerca di candidarsi, e magari di essere elette, utilizzando il nome e cognome che si usa comunemente nella vita di tutti giorni.

Non uno inventato, non uno “che ci piace di più”, ma proprio quello che si trova sul casellario giudiziale (che bisogna consegnare per candidarsi al Municipio) e – udite, udite – sulla carta d’identità!

Tra l’altro, lo stesso cognome che si trovava sulle schede di voto per le elezioni cantonali e federali del 2019. Ma che (fino a questo momento) viene negato, tagliandolo a metà, sulle schede per le comunali. Inaccettabile.

Presto le liste di candidate diventeranno definitive.

Sono ottimista e sono convinta che il buonsenso avrà la meglio.

Sono anche persuasa che urge una riflessione sulla questione dei cognomi: dei coniugi, degli ex coniugi e, soprattutto, della prole. Una riflessione da fare a livello federale, è chiaro, ma con il contributo dell’opinione pubblica. La questione della parità, della pari dignità, dei pari diritti passa anche dal nome, proprio e dei propri figli, è ovvio.

Ma affrontiamo un problema alla volta: per ora mi accontenterei di trovare in lista le candidate con il nome e cognome con cui sono conosciute, che usano comunemente e che hanno sui documenti d’identità.

Sembra poco? Giudicate voi.

Tamara Merlo deputata in Gran Consiglio per Più Donne