Il fenomeno che colpisce le donne in politica: i deepfake non consensuali
Immaginate di arrivare al lavoro una mattina, accendere il computer e scoprire che su internet circolano fotografie di voi in cui apparite nude. Immagini che non avete mai scattato, mai condiviso, mai autorizzato. Non si tratta di un incubo, ma di una realtà sempre più diffusa che colpisce le donne che siedono nelle istituzioni democratiche europee.
È questo lo scenario denunciato pubblicamente a Strasburgo nel corso di una conferenza stampa al Parlamento europeo, dove i dati di una ricerca hanno acceso i riflettori su un problema urgente e ancora troppo poco affrontato: l’uso dell’intelligenza artificiale per creare immagini false e sessualmente esplicite di figure pubbliche, in particolare donne.
I numeri dello studio: 46 eurodeputate nel mirino
La ricerca è stata condotta dalla Agora Digitale Transformation, una fabbrica di idee con sede in Germania, e i risultati sono inequivocabili. All’interno del Parlamento europeo, almeno 50 deputati sono stati individuati come vittime di questa pratica. Di questi, ben 46 sono donne. Tradotto in proporzione: una parlamentare europea eletta su sei ha subito la creazione e la diffusione online di contenuti falsi che la ritraggono senza vesti.
A presentare pubblicamente i dati è stata Lena Schilling, europarlamentare austriaca appartenente al gruppo dei Verdi, che ha scelto di parlare anche in prima persona: lei stessa è tra le vittime. «È una sensazione orribile», ha dichiarato, sottolineando come questa forma di violenza non riguardi soltanto la sfera privata, ma rappresenti anche una minaccia concreta alla democrazia.
Le nudifier app: strumenti di violenza digitale accessibili a tutti
Al centro del fenomeno ci sono le cosiddette nudifier app, applicazioni che sfruttano algoritmi di intelligenza artificiale per generare immagini false in cui una persona appare nuda. Non richiedono competenze tecniche particolari: basta una fotografia reale della vittima per ottenere un risultato artificiale ma convincente.
Questi strumenti si inseriscono nel più ampio universo dei deepfake, ovvero contenuti multimediali — video, immagini, audio o testi — creati o manipolati tramite tecniche di AI in modo da risultare estremamente realistici e difficili da distinguere da materiale autentico. Quando applicati al corpo delle persone senza il loro consenso, diventano una forma di abuso digitale.
Lo studio presentato a Strasburgo segue una ricerca analoga, pubblicata appena una settimana prima, che ha documentato come 147 parlamentari nazionali di vari Paesi europei siano anch’essi vittime di queste tecnologie. Un dato che evidenzia come il problema travalichi i confini del singolo Paese e riguardi le istituzioni democratiche nel loro complesso.
La risposta politica: la lettera alla Commissione e le richieste di intervento
Di fronte a questi numeri, la reazione delle istituzioni non si è fatta attendere. Oltre 100 parlamentari hanno già firmato e inviato una lettera formale alla Commissione europea, chiedendo un intervento normativo e operativo per contrastare il fenomeno. Un segnale importante, che dimostra come la questione stia assumendo una rilevanza politica trasversale.
Lena Schilling ha anche avanzato una proposta concreta: ogni Stato membro dell’Unione europea dovrebbe dotarsi di un’autorità competente e adeguatamente finanziata, capace di affrontare in modo efficace le denunce legate ai deepfake non consensuali. Un organismo dedicato, con risorse reali, che non lasci le vittime sole di fronte a un sistema legale spesso impreparato a gestire questi casi.
La voce della presidente Metsola: «Il vostro posto è qui»
Anche la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha preso posizione con fermezza. Le sue parole hanno avuto un doppio registro: da un lato la condanna netta di ogni forma di violenza contro le donne, dall’altro un messaggio di incoraggiamento rivolto a tutte le donne che aspirano a partecipare alla vita politica.
«La violenza contro le donne è inaccettabile», ha dichiarato Metsola, annunciando che il Parlamento europeo utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per impedire che episodi simili si ripetano. Il suo messaggio finale è stato diretto e preciso: alle donne che vogliono fare politica, ha detto che il loro posto è nelle istituzioni e che non sono sole.
Perché questa vicenda riguarda tutti
Sarebbe un errore ridurre questa vicenda a una questione che riguarda soltanto le persone famose o le politiche. I deepfake sessuali colpiscono donne di ogni condizione, ma quando le vittime sono rappresentanti elette, il danno si estende all’intera comunità democratica. Le conseguenze possono essere molteplici:
- Effetto deterrente: molte donne potrebbero rinunciare a candidarsi o a esporsi pubblicamente per paura di diventare bersagli.
- Danno reputazionale: anche quando il falso viene smascherato, l’immagine della vittima resta compromessa.
- Trauma psicologico: subire una violazione tanto intima, anche se digitale, lascia segni profondi.
- Impunità percepita: la difficoltà di individuare e perseguire i responsabili alimenta la diffusione del fenomeno.
Un problema normativo ancora aperto
L’Europa si trova a dover rispondere a una sfida tecnologica che ha superato la capacità di risposta degli strumenti legislativi esistenti. Le leggi sulla tutela dell’immagine e sulla privacy sono state pensate prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, e faticano a coprire scenari come quello dei deepfake non consensuali.
L’AI Act europeo rappresenta un primo passo, ma gli esperti sottolineano che occorrono norme specifiche, chiare e applicabili, che definiscano in modo inequivocabile la creazione e la diffusione di deepfake sessuali come un reato perseguibile in tutti gli Stati membri.
La battaglia che si combatte oggi nelle aule di Strasburgo è, in fondo, una battaglia per definire i confini del rispetto umano nell’era digitale. E il fatto che a guidarla siano donne che hanno vissuto in prima persona questa forma di violenza rende il loro impegno ancora più significativo.



