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Bellinzona boccia il progetto da 19 milioni per la Fortezza: il sindaco Branda chiede un confronto con il Cantone

Il voto che ha fermato la Fortezza di Bellinzona

Domenica 27 settembre 2026 resterà una data segnata nella storia recente della capitale ticinese. La cittadinanza di Bellinzona ha detto no al progetto di valorizzazione della Fortezza, un piano da 19,1 milioni di franchi che aveva già ricevuto il via libera del consiglio comunale e che puntava a rilanciare il sito riconosciuto patrimonio UNESCO dal 2000 in chiave turistica, economica e culturale.

Il risultato delle urne ha colto di sorpresa chi aveva lavorato a lungo a questo dossier. Una bocciatura netta, che chiude — almeno nella sua forma attuale — un capitolo progettuale che aveva impegnato risorse umane e finanziarie per anni.

Branda: «Delusione, ma ora serve un confronto con il Cantone»

A commentare l’esito del voto è stato il sindaco di Bellinzona, Mario Branda, che non ha nascosto il peso della sconfitta. «Ci sono amarezza e delusione», ha spiegato, sottolineando come il progetto fosse il frutto di un percorso lungo e partecipato, che aveva coinvolto molte persone e richiesto un investimento significativo di energie.

Branda ha ricordato la specificità di Bellinzona rispetto ad altre realtà ticinesi: la capitale non ha un lago come Lugano, né un festival cinematografico come Locarno. Il suo patrimonio distintivo sono i castelli e le mura medievali, e su questi si intendeva costruire una nuova identità turistica e culturale. Con la bocciatura del progetto, quella visione strategica si trova ora sospesa.

Sul futuro, il sindaco ha scelto la prudenza. «Servirà un time-out», ha detto, per comprendere innanzitutto cosa intenda fare il Cantone Ticino, che è proprietario dei castelli. Solo dopo questa fase di ascolto e riflessione sarà possibile capire se e cosa potrà essere recuperato dall’impianto progettuale originario. Una cosa appare però già chiara: il progetto così com’era concepito non può essere riproposto.

Perché il «no» è stato difficile da interpretare

Uno degli aspetti più complessi evidenziati da Branda riguarda la natura stessa della bocciatura. Le motivazioni del fronte del no sono state molteplici e non sempre omogenee: alcune opposizioni erano presenti fin dall’inizio della discussione pubblica, altre si sono aggregate nel corso del dibattito.

Questa eterogeneità rende difficile individuare un singolo elemento determinante del voto contrario, e complica anche la possibilità di costruire una risposta politica mirata. «Non è scontato cosa fare adesso», ha ammesso il sindaco, aprendo a una fase di analisi approfondita prima di qualsiasi nuovo passo.

Sul piano politico, Branda ha preferito non trarre conclusioni affrettate. La Svizzera è un paese abituato agli strumenti della democrazia diretta — referendum e iniziative — e i risultati delle urne non sempre si riverberano automaticamente sugli equilibri elettorali. La convergenza trasversale che aveva sostenuto il progetto è stata il frutto di un lungo processo, e le sue possibili implicazioni future restano difficili da valutare.

I referendisti esultano: «Castelli, non Fortezza»

Sul versante opposto, la soddisfazione è grande. Brenno Martignoni Polti, uno dei principali promotori del referendum, ha parlato di una «grande soddisfazione» e ha definito il risultato «una chiara indicazione di rotta».

Secondo Martignoni Polti, il voto non è stato un semplice rifiuto, ma un messaggio articolato su tre punti precisi che fin dall’inizio avevano caratterizzato la campagna referendaria:

  • Il nome: i cittadini vogliono parlare di «castelli», non di «Fortezza». Una distinzione che, per i referendisti, non è solo semantica ma riflette una visione profondamente diversa del sito.
  • Accesso pubblico e gratuito: tutti gli spazi e i percorsi del sito devono restare aperti alla cittadinanza senza barriere economiche.
  • Governance pubblica: la costituzione di una fondazione — prevista nel progetto bocciato — è stata respinta. La gestione del patrimonio deve rimanere interamente in mani pubbliche.

Per i referendisti, questi tre principi rappresentano ora la bussola per qualsiasi progetto futuro. Non un punto di arrivo, dunque, ma un nuovo punto di partenza.

Un progetto dal basso per il futuro dei castelli

Martignoni Polti ha lanciato un appello diretto al Municipio di Bellinzona: «prendere atto» del voto con umiltà e riaprire il dialogo. La strada da percorrere, a suo avviso, è quella di un progetto concepito dal basso, capace di intercettare la sensibilità della popolazione, piuttosto che calato dall’alto come è sembrato essere quello appena respinto.

L’auspicio del leader referendista è che questo momento difficile diventi l’occasione per costruire qualcosa di più solido e condiviso. Un’opportunità per ripensare la valorizzazione di uno dei siti storici più importanti del Ticino, partendo da ciò che i cittadini hanno detto chiaramente di volere.

Cosa succede adesso

Il percorso che si apre davanti a Bellinzona non è privo di incognite. Le prossime settimane saranno decisive per capire se esiste ancora un margine per un progetto alternativo, e soprattutto se il Cantone — proprietario dei castelli — è disposto a sedersi di nuovo al tavolo con condizioni diverse.

Quel che è certo è che la partita per il futuro dei castelli di Bellinzona non si è conclusa domenica: si è semplicemente aperta una nuova fase, tutta da costruire.

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