Un Paese sotto pressione: i numeri del disagio mentale
Viviamo in un’epoca in cui il ritmo della vita quotidiana sembra non lasciare spazio alla sosta. E i numeri lo confermano senza margini di dubbio: in Ticino una persona su quattro mostra segnali di esaurimento emotivo o burnout, mentre a livello nazionale oltre il 42% della popolazione dichiara di convivere con stress frequente. Cifre che non stupiscono chi lavora ogni giorno nel campo della salute mentale, ma che continuano a fare fatica a emergere nella conversazione pubblica.
Il rischio più insidioso, come sottolineano le professioniste coinvolte in una recente conferenza sulla salute mentale tenutasi alla Clinica Sant’Anna di Lugano, è confondere il «funzionare» con lo stare davvero bene. Una distinzione sottile, ma fondamentale.
La salute mentale non è uno stato, è un processo
La dottoressa Sara Fumagalli, psichiatra e psicoterapeuta nonché direttrice sanitaria della Clinica Santa Croce di Orselina, propone una lettura nuova del concetto di benessere psicologico. Non si tratta di un punto di arrivo stabile, ma di un equilibrio dinamico che coinvolge dimensioni psicologiche, biologiche e sociali in continua interazione.
In un contesto dominato da iperconnessione, pressione alla prestazione e sovraccarico informativo, questo equilibrio è sempre più difficile da mantenere. Il pericolo, spiega la specialista, è riempire la vita di impegni fino a perdere la capacità di sentire autenticamente, trasformando l’esistenza in una sequenza automatica di azioni senza reale consapevolezza interiore.
Fumagalli invita a non liquidare questa difficoltà con il termine «fragilità», che rischia di diventare un giudizio. La domanda giusta non è «siamo diventati più deboli?», ma piuttosto: su quali basi solide può appoggiarsi oggi l’essere umano?
Quando chiedere aiuto?
Secondo la dottoressa Fumagalli, il segnale più chiaro arriva quando ci si accorge di continuare a «girare» come un meccanismo, ma ci si chiede a quale prezzo emotivo. Quando lo slancio vitale sembra spegnersi e i gesti quotidiani diventano puramente automatici, è il momento di fermarsi e condividere il peso con qualcuno di fiducia.
Non si tratta necessariamente di rivolgersi subito a uno specialista: il primo passo può essere semplicemente permettersi di essere vulnerabili con una persona vicina. L’ascolto autentico — non come performance, ma come presenza reale — è già una forma di cura.
Il medico di famiglia come primo alleato
La dottoressa Vanessa Dietler, specialista in medicina interna generale a Lugano, descrive il medico di famiglia come un vero e proprio «spartitraffico» nel sistema di cura della salute mentale. La conoscenza prolungata del paziente, spesso estesa all’intero nucleo familiare, permette di intercettare segnali di disagio che altrimenti passerebbero inosservati.
Dietler conferma che i casi di esaurimento e burnout sono molto frequenti nella pratica clinica quotidiana, con un’escalation visibile soprattutto dopo la pandemia da Covid-19. Ad essere colpiti non sono solo gli adulti in età lavorativa: lo stress e l’incertezza toccano sempre più spesso anche i giovani, chiamati a essere costantemente performanti e presenti su tutti i fronti.
Il tabù che non si spezza (del tutto)
Un aspetto che la dottoressa Dietler sottolinea con forza è la persistenza dello stigma legato alla salute mentale. Tra le generazioni più giovani qualcosa sta cambiando: rivolgersi a uno psicologo è ormai meno carico di vergogna. Ma nelle fasce d’età più mature — oltre i 50-60 anni — il tabù rimane solido.
Un indicatore significativo: molti pazienti chiedono esplicitamente che sia il medico di base, e non lo psichiatra, a firmare il certificato di malattia, per non lasciare tracce visibili di un percorso di cura mentale. Come se soffrire psicologicamente fosse meno legittimo che avere un osso rotto.
Un altro dato che colpisce riguarda proprio chi lavora nella sanità: circa il 29% degli operatori sociosanitari è esposto al rischio di esaurimento professionale. Chi è abituato ad aiutare gli altri fa spesso fatica a riconoscere il proprio bisogno di supporto.
Stress e burnout: due condizioni diverse, un unico punto di partenza
La dottoressa Francesca Lecce, psicologa, psicoterapeuta e ricercatrice del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, traccia una distinzione precisa tra i due fenomeni:
- Lo stress è una risposta temporanea a situazioni impegnative e può persino avere una funzione adattiva, aiutando a fronteggiare le difficoltà.
- Il burnout è invece uno stato persistente di svuotamento, in cui le risorse fisiche ed emotive sembrano esaurite. Si manifesta con distacco, irritabilità, difficoltà di concentrazione e perdita di motivazione.
Ciò che aggrava entrambe le condizioni, spiega Lecce, non è solo il problema in sé, ma le strategie disfunzionali che spesso si adottano per gestirlo: evitare, rimuginare, cercare rassicurazioni continue o controllare compulsivamente. Questi meccanismi, pur offrendo un sollievo momentaneo, finiscono per alimentare il disagio nel tempo.
La Terapia Breve Strategica: cambiare il meccanismo, non solo il sintomo
L’approccio della Terapia Breve Strategica mira a interrompere questi circoli viziosi attraverso indicazioni personalizzate, aiutando la persona a rispondere in modo diverso alle situazioni che la bloccano. I primi miglioramenti — come un sonno più regolare, meno rimuginio, recupero di spazi personali — possono emergere in tempi relativamente brevi.
Ma «breve» non equivale a «semplice» o «definitivo». Il percorso richiede di consolidare i progressi e lavorare sulla prevenzione delle ricadute, soprattutto in chi alterna fasi di iperinvestimento a improvvisi crolli energetici o vive persino il riposo come un compito da svolgere.
Rallentare non è una resa: è cura
Il filo comune che attraversa le riflessioni di queste tre professioniste è un invito condiviso: restituire valore al tempo interiore. In una società che premia il fare, il produrre e l’essere sempre disponibili, fermarsi non è un fallimento. È il primo atto di cura verso se stessi.
Riconoscere il proprio disagio, parlarne senza vergogna e cercare un punto di riferimento — che sia un amico, un medico di famiglia o uno specialista — sono passi concreti e accessibili. Il disagio mentale non è un segno di debolezza: è un segnale che qualcosa nell’equilibrio va ricalibrato. E prima lo si ascolta, prima si può rispondergli.



