La sentenza della Corte d’Assise di Roma sul caso Regeni
A quasi un decennio dalla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito e ucciso al Cairo nel 2016, arriva una sentenza storica dalla Corte d’Assise di Roma. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità penale di tre membri dei servizi segreti egiziani, condannandoli a dieci anni di reclusione. Un quarto imputato è stato invece prosciolto da ogni accusa.
La vicenda aveva sconvolto l’opinione pubblica italiana e internazionale: Regeni, dottorando dell’Università di Cambridge che conduceva ricerche sui sindacati egiziani, era scomparso il 25 gennaio 2016 — giorno anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir — e il suo corpo era stato ritrovato il 3 febbraio successivo in una zona periferica del Cairo, nelle vicinanze di una struttura riconducibile ai servizi di sicurezza egiziani. Il cadavere mostrava i segni evidenti di gravi sevizie.
Chi sono i tre condannati e chi è stato assolto
Il verdetto ha colpito tre degli quattro imputati che sedevano sul banco degli accusati:
- Maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la pubblica accusa aveva richiesto la pena dell’ergastolo;
- Colonnello Uhsam Helmi;
- Colonnello Athar Kamel Mohamed.
Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece uscito dall’aula senza condanna, avendo ottenuto l’assoluzione da parte dei giudici.
La pena di dieci anni è uguale per tutti e tre i condannati, nonostante le richieste della procura avessero differenziato le posizioni, puntando alla pena massima per almeno uno degli imputati.
Perché cade l’accusa di omicidio: solo sequestro di persona
Uno degli aspetti più significativi — e controversi — della sentenza riguarda la qualificazione giuridica dei reati. I giudici romani hanno ritenuto provata la responsabilità degli imputati esclusivamente in relazione al sequestro di persona, facendo invece cadere l’accusa più grave: quella di omicidio.
Questo significa che, pur riconoscendo che Regeni fu rapito da agenti dello Stato egiziano, il tribunale non ha ritenuto sufficientemente dimostrato — almeno sul piano formale del processo — che quegli stessi soggetti lo abbiano direttamente ucciso. Una distinzione che, dal punto di vista giuridico, pesa enormemente sulla pena inflitta e che inevitabilmente lascia aperta una parte della verità.
Va ricordato che il processo si è svolto in Italia in assenza degli imputati, che non sono mai stati consegnati dalle autorità egiziane e che non si sono presentati a giudizio. Una circostanza che ha reso l’intero iter giudiziario straordinariamente complesso, anche sul piano della raccolta delle prove.
La reazione della famiglia e dell’avvocata Ballerini
Alla lettura del verdetto, l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, ha commentato con parole che mescolano soddisfazione e consapevolezza dei limiti della sentenza. Ha sottolineato come occorrerà attendere le motivazioni scritte del tribunale per comprendere appieno il ragionamento dei giudici, ma ha al tempo stesso voluto cogliere il valore simbolico e politico di quanto accaduto in aula.
«Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri» ha dichiarato, aggiungendo che la sentenza rappresenta un segnale chiaro a tutti i regimi che utilizzano i propri apparati per violare la dignità e l’incolumità delle persone. Un messaggio, nelle sue parole, che trascende il singolo caso e assume un significato universale.
La famiglia di Giulio Regeni — i genitori Paola e Claudio, che per anni hanno lottato perché il caso non venisse archiviato e dimenticato — aveva riposto grande fiducia nella magistratura italiana, nonostante le enormi difficoltà incontrate lungo il percorso, a partire dalla scarsa collaborazione delle autorità egiziane nelle indagini.
Un processo lungo e irto di ostacoli
Il cammino verso questa sentenza è stato tutt’altro che lineare. Le indagini hanno dovuto fare i conti con il muro alzato dall’Egitto, che per anni ha negato ogni coinvolgimento dei propri apparati nella morte del ricercatore italiano, arrivando persino a formulare teorie alternative che scaricavano la responsabilità su altri soggetti.
Il processo italiano ha potuto procedere solo grazie a una norma che consente di giudicare imputati irreperibili o stranieri anche in contumacia, quando i reati siano collegati a cittadini italiani. Un percorso giuridico non privo di complessità, che ha portato comunque a un risultato concreto: una condanna emessa da un tribunale di uno Stato democratico nei confronti di rappresentanti di un apparato statale straniero.
Il significato di questa sentenza oltre il processo
Al netto delle discussioni tecniche sulla qualificazione dei reati e sulla misura della pena, questa sentenza ha un peso che va oltre le aule di tribunale. Rappresenta un precedente importante nel panorama internazionale: dimostra che le democrazie possono e devono perseguire i crimini commessi contro i propri cittadini all’estero, anche quando i responsabili appartengono a governi stranieri.
Il nome di Giulio Regeni è diventato nel tempo un simbolo della lotta per i diritti umani, della libertà di ricerca e della necessità che i crimini commessi da apparati statali non restino impuniti. La sentenza di Roma, con tutti i suoi limiti, aggiunge un tassello concreto a questa storia. Le motivazioni, attese nei prossimi mesi, diranno quanto profonda sia stata la valutazione dei giudici e quale verità sia riuscita a emergere in un processo senza precedenti.




