Un episodio inquietante in un negozio di Bellinzona
Lo scorso 30 gennaio, in pieno giorno, il viale Stazione di Bellinzona è stato teatro di un episodio che ha scosso la comunità locale. Una donna svizzera di 37 anni, di origine turca, è entrata in un punto vendita specializzato in telefonia mobile con l’intenzione, almeno inizialmente apparente, di cambiare la scheda SIM e il numero del proprio cellulare. Quello che avrebbe dovuto essere un normale acquisto si è trasformato rapidamente in una situazione di forte tensione.
La minaccia ai commessi e l’intervento della polizia
Dopo un breve diverbio con uno dei dipendenti del negozio, la 37enne ha estratto dalla borsa un coltello con una lama di circa 8 centimetri, puntandolo contro l’addetto alle vendite e un suo collega. Durante la concitata scena, la donna ha urlato più volte la frase araba «Allah Akbar», che letteralmente significa «Dio è grande».
La situazione non si è conclusa all’interno del negozio: anche una volta uscita in strada, la donna ha continuato a tenere un comportamento minaccioso, rivolgendosi con atteggiamento aggressivo nei confronti di tre agenti della Polizia comunale intervenuti sul posto. Ha opposto resistenza attiva, impedendo agli agenti di procedere all’ammanettamento.
Le accuse iniziali e l’ipotesi di terrorismo
Alla luce dei fatti — e in particolare della frase pronunciata durante l’episodio — la Procura federale aveva inizialmente ipotizzato un ventaglio di reati piuttosto ampio:
- Minaccia aggravata nei confronti dei commessi
- Violenza o minaccia contro autorità e funzionari pubblici
- Partecipazione o sostegno a un’organizzazione criminale o terroristica
Quest’ultima ipotesi — la più grave — era stata formulata proprio in riferimento all’esclamazione «Allah Akbar», spesso associata, nell’immaginario collettivo, ad atti di estremismo religioso. Tuttavia, nel corso delle indagini, questa pista non ha trovato alcuna conferma concreta. La donna, di fede musulmana e descritta come molto religiosa, ha sempre negato qualsiasi collegamento con organizzazioni criminali o terroristiche, e la sua versione è stata avvalorata dall’assenza di elementi investigativi a sostegno dell’accusa.
La perizia psichiatrica e la decisione del Tribunale
Il punto di svolta del procedimento è arrivato con la perizia psichiatrica redatta dalla dottoressa Fazia Bernasconi-Schlunke. L’analisi clinica ha stabilito in modo inequivocabile che, nel momento in cui si sono verificati i fatti, la donna era incapace di intendere e di volere: non era cioè in grado di comprendere il carattere illecito delle proprie azioni né di agire di conseguenza.
Una conclusione che ha avuto un impatto determinante sulla decisione della Corte penale del Tribunale penale federale. In base alla perizia, la 37enne è stata ritenuta non punibile ai sensi del diritto penale svizzero. Il tribunale ha quindi disposto che la donna venga sottoposta a un trattamento ambulatoriale all’interno di un foyer, una struttura residenziale di supporto socio-psichiatrico.
Già in una struttura come misura alternativa alla detenzione
Va precisato che la donna era già stata collocata nella medesima struttura nei mesi precedenti, come misura sostitutiva dell’arresto durante la fase cautelare del procedimento. La decisione del Tribunale rappresenta dunque una continuità rispetto al percorso già avviato, con l’obiettivo di garantire le cure necessarie alla 37enne in un contesto protetto.
La difesa della donna era stata affidata all’avvocato Walter Zandrini, che evidentemente ha potuto fare leva sulla documentazione psichiatrica per sostenere la tesi della non imputabilità della sua assistita.
Il confine tra salute mentale e responsabilità penale
Questo caso riaccende inevitabilmente il dibattito sul delicato equilibrio tra responsabilità penale e disturbi psichici. Nel diritto svizzero, come in molti altri ordinamenti, la capacità di intendere e volere è un requisito fondamentale per la punibilità: chi commette un reato in uno stato di totale incapacità mentale non può essere condannato, ma può essere sottoposto a misure terapeutiche coercitive.
La perizia psichiatrica assume in questi casi un ruolo cruciale, poiché è lo strumento attraverso cui il sistema giudiziario valuta lo stato mentale dell’imputato al momento dei fatti. Non si tratta di giustificare un comportamento pericoloso, ma di riconoscere che la pena detentiva, in certi contesti clinici, non ha né funzione rieducativa né deterrente.
Una vicenda che lascia riflessioni aperte
Il caso della 37enne di Bellinzona è emblematico per diversi motivi. Da un lato, evidenzia come episodi di apparente matrice ideologica possano avere alle spalle una realtà ben più complessa, legata alla salute mentale piuttosto che a convinzioni estremiste. Dall’altro, mette in luce la complessità del lavoro degli inquirenti, chiamati a valutare ogni possibile scenario — compreso quello terroristico — prima di escluderlo.
La conclusione della vicenda giudiziaria, con la donna seguita in un percorso terapeutico strutturato, rappresenta la risposta che il sistema ha saputo costruire attorno a una situazione di fragilità, senza rinunciare alla tutela della sicurezza pubblica ma orientando la risposta istituzionale verso la cura piuttosto che verso la punizione.




