Un voto chiaro, una situazione complicata
Con quasi il 54% di voti contrari, i cittadini hanno affossato il progetto da 19 milioni di franchi pensato per rilanciare la Fortezza di Bellinzona. Un risultato netto che lascia però aperte molte domande su come procedere nella gestione e nella valorizzazione di uno dei patrimoni UNESCO più rilevanti della Svizzera italiana. Il giorno dopo il voto, sia a Palazzo Civico che negli uffici cantonali del Dipartimento del territorio, si è cominciato a ragionare sulle conseguenze pratiche di questa bocciatura.
Sul piano formale, il Cantone si sta orientando verso il ritiro del messaggio trasmesso al Gran Consiglio in primavera, che includeva una richiesta di credito di 8 milioni di franchi come quota parte cantonale. Un atto dovuto, ma che non risolve il nodo principale: chi farà cosa, d’ora in avanti, per mantenere in vita e in buono stato i castelli bellinzonesi?
La questione della governance: Cantone, Città o formula mista?
Al centro del dibattito che si apre c’è proprio il tema della governance futura. Attualmente il Cantone, in qualità di proprietario, concede in uso alla Città di Bellinzona il complesso monumentale. In base alla convenzione vigente, lo Stato si fa carico della manutenzione straordinaria e di quella ordinaria dei beni concessi, mentre il Comune gestisce il resto degli oneri operativi.
Questa convenzione dovrà essere presto ridiscussa. Le opzioni sul tavolo sono essenzialmente tre:
- Proseguire con l’assetto attuale, in attesa di una nuova proposta di valorizzazione;
- Concentrare tutta la responsabilità in capo al Cantone o, in alternativa, alla Città;
- Individuare una formula ibrida che distribuisca compiti e oneri in modo diverso rispetto al passato.
Nessuna di queste strade è priva di ostacoli. La trattativa politica tra i due livelli istituzionali si preannuncia lunga e complessa.
Il turismo paga il prezzo della bocciatura
Sul versante turistico, la delusione è palpabile. Juri Clericetti, direttore generale dell’Organizzazione turistica regionale Bellinzonese e Alto Ticino, non nasconde il rammarico: il progetto respinto avrebbe potuto, a suo giudizio, fare la differenza per il posizionamento competitivo della città.
Secondo Clericetti, l’intervento avrebbe consentito di distinguere Bellinzona dagli altri siti storici della regione alpina, trasformando la Fortezza in una meta più attrattiva e generando ricadute economiche positive per tutta la filiera locale. L’errore, nella sua lettura, è stato di comunicazione: tematiche secondarie rispetto agli obiettivi del progetto hanno monopolizzato il dibattito pubblico, mettendo in ombra le potenzialità reali dell’intervento.
Clericetti conclude con una riflessione più ampia: i risultati del voto indicano che nella popolazione c’è ancora poca consapevolezza del ruolo economico del turismo come leva di sviluppo territoriale. Un tema, questo, che andrà affrontato con maggiore attenzione in futuro.
I vincitori del referendum: critiche al progetto, non ai castelli
Chi ha sostenuto il referendum si affretta a chiarire che il no non equivale a disinteresse per il patrimonio monumentale. L’ex municipale Filippo Gianoni, già presidente dell’Ente regionale per lo sviluppo Bellinzonese e valli, ha sottolineato che il voto certifica il rifiuto di quel preciso pacchetto progettuale, non l’abbandono dell’obiettivo di valorizzare i castelli.
Tra i punti più contestati dal comitato referendario fin dall’inizio:
- La denominazione di Fortezza, percepita come una forzatura rispetto al nome ufficiale UNESCO — «Tre castelli, murata e cinta muraria della Città di Bellinzona»;
- La scelta dell’accesso libero;
- La creazione di una fondazione per la gestione del sito.
Gianoni ricorda che il nome ufficiale del bene patrimoniale può continuare a essere usato senza cancellare quello con cui la popolazione si identifica. E aggiunge che il voto, pur non vietando giuridicamente il termine Fortezza, lo rende politicamente inutilizzabile nel breve periodo. «La popolazione non è un problema di comunicazione», ha scritto l’avvocato bellinzonese: «è il titolare della decisione».
La funicolare torna d’attualità
Sul fronte delle proposte concrete, dall’interno del fronte referendario emerge con forza l’idea di un impianto di risalita meccanizzata che colleghi il centro di Bellinzona ai castelli di Montebello e Sasso Corbaro. L’ipotesi, rilanciata dal granconsigliere UDC Tuto Rossi e da Brenno Martignoni Polti, prevede una funicolare che parta da viale Stazione e salga fino ai manieri.
Non si tratta di un’idea nuova: l’impianto è nei cassetti di Palazzo Civico da decenni. Curiosamente, era comparsa anche nel messaggio municipale bocciato, come elemento della seconda fase del progetto di valorizzazione, con costi di progettazione stimati in 47 mila franchi. Adesso viene riletta come punto di partenza alternativo: più semplice, più concreta, più leggibile per i cittadini.
Secondo i promotori dell’idea, una progettazione di questo tipo sarebbe realizzabile nell’arco di circa due anni, e avrebbe il pregio di rendere trasparente l’impiego delle risorse pubbliche.
Un dibattito aperto che durerà anni
Il voto del 54% contro il progetto da 19 milioni non chiude la partita sui castelli di Bellinzona: la apre in modo nuovo, più incerto e probabilmente più lungo. Le prossime settimane serviranno per capire se Cantone e Città riusciranno a trovare un accordo sulla gestione ordinaria del sito, mentre il confronto politico sulle strategie di lungo periodo potrebbe richiedere mesi, se non anni.
Quel che è certo è che il patrimonio UNESCO di Bellinzona continua a esistere, con tutto il suo valore storico e culturale. La sfida, adesso, è trovare la strada giusta per valorizzarlo senza ripetere gli errori che hanno portato alla bocciatura di un progetto su cui Città e Cantone avevano investito tempo, risorse e credibilità politica.




