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Bellinzona: la 37enne con il coltello nel negozio di telefonia resta in cura, nessun legame con il terrorismo

Il caso della 37enne a Bellinzona: la sentenza del Tribunale penale federale

Una vicenda che aveva suscitato grande attenzione mediatica e sollevato interrogativi sulla sicurezza pubblica si chiude, almeno sul piano giudiziario, con una decisione che privilegia la dimensione sanitaria rispetto a quella penale. Il Tribunale penale federale di Bellinzona ha stabilito che la donna di 37 anni, protagonista di un episodio allarmante avvenuto a fine gennaio, non dovrà scontare una pena detentiva in carcere, ma continuerà a essere seguita nella struttura di cura in cui è attualmente ricoverata.

Cosa accadde il 30 gennaio a Viale Stazione

Tutto ha inizio il 30 gennaio di quest’anno, quando la donna fa irruzione in un negozio di telefonia situato lungo Viale Stazione, nel cuore di Bellinzona. Armata di un coltello, minaccia i dipendenti presenti e urla la frase «Allahu Akbar», espressione che aveva immediatamente orientato le prime ipotesi investigative verso una possibile matrice estremista.

L’episodio aveva generato apprensione non solo tra i lavoratori coinvolti, ma anche nell’opinione pubblica cantonale e nazionale, alimentando domande sulla natura dell’atto e sulle eventuali reti di riferimento della donna.

Le indagini della Procura federale: nessun legame con il terrorismo

Le autorità inquirenti, tuttavia, hanno condotto un’analisi approfondita della situazione senza trovare riscontri concreti a sostegno dell’ipotesi terroristica. La Procura federale aveva già chiarito ad agosto che le indagini non avevano prodotto alcun elemento in grado di collegare la donna a organizzazioni terroristiche, né come membro né come sostenitrice.

Questa conclusione investigativa è stata poi confermata anche in sede processuale, durante il dibattimento davanti al Tribunale penale federale. In aula, nessuna prova ha potuto avvalorare la pista del terrorismo organizzato.

Perché le indagini hanno escluso la matrice terroristica

  • Nessun contatto accertato con reti o organizzazioni estremiste
  • Assenza di comunicazioni o affiliazioni riconducibili a gruppi jihadisti
  • Il profilo della donna è risultato incompatibile con quello di un’agente ideologicamente motivata
  • La frase urlata nel negozio non è stata ritenuta sufficiente, da sola, a configurare un reato di terrorismo

La perizia psicologica: incapacità di intendere e di volere

Un elemento decisivo nell’orientare la decisione del Tribunale è stato rappresentato dalla perizia psicologica disposta nel corso del procedimento. Secondo quanto emerso dalla valutazione degli esperti, al momento dei fatti la donna non era in grado di comprendere il significato delle proprie azioni, né di governare il proprio comportamento di conseguenza.

Si tratta di una condizione giuridicamente rilevante: l’incapacità di intendere e di volere esclude, o comunque riduce significativamente, la responsabilità penale dell’individuo. In questi casi, il sistema giudiziario svizzero prevede misure di carattere terapeutico piuttosto che puramente punitivo.

La decisione: foyer di cura invece del carcere

Alla luce di quanto emerso tanto dalle indagini quanto dalla perizia clinica, il Tribunale penale federale ha accolto l’impostazione già sostenuta dalla Procura federale ad agosto. La donna non sarà incarcerata, ma continuerà a risiedere nel foyer di cura in cui si trova attualmente ricoverata.

La misura risponde a una logica di tutela sia della paziente stessa sia della collettività: da un lato si garantisce un percorso di trattamento adeguato alle condizioni psichiche della donna, dall’altro si assicura che non venga lasciata priva di supporto specialistico.

La notizia è stata riportata da diversi media ticinesi, tra cui la RSI, confermando l’interesse pubblico che il caso aveva fin dall’inizio suscitato nel cantone.

Il confine tra malattia mentale e radicalizzazione: una questione aperta

Episodi come quello di Bellinzona pongono interrogativi di natura più ampia, che riguardano la capacità degli strumenti investigativi e clinici di distinguere tempestivamente tra atti compiuti in stato di alterazione psichica e azioni pianificate con una motivazione ideologica.

Nel caso in esame, la risposta è arrivata in modo abbastanza netto: si tratta di una persona malata, non di una terrorista. Ma il percorso per giungere a questa conclusione ha richiesto mesi di indagini, una perizia psicologica e un processo davanti al Tribunale federale.

Resta aperto il tema della prevenzione: come intercettare precocemente situazioni di fragilità psichica che possono sfociare in comportamenti pericolosi per la persona stessa e per chi le sta intorno, prima che si arrivi a episodi come quello di gennaio a Bellinzona.

Conclusione: giustizia e cura, un equilibrio delicato

La vicenda della 37enne di Bellinzona si conclude con una soluzione che molti potrebbero definire ragionevole alla luce dei fatti accertati. Il sistema giudiziario svizzero ha scelto di non criminalizzare una condizione di malattia, orientandosi invece verso una misura terapeutica continuativa.

Ciò non significa ignorare la gravità di quanto accaduto: i dipendenti del negozio di telefonia hanno vissuto un momento di autentico spavento. Ma significa riconoscere che la risposta più efficace, in casi simili, non è necessariamente quella carceraria. La donna rimarrà sotto osservazione medica, e il suo percorso di cura proseguirà nella struttura già incaricata di seguirla.

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