Una notte che il Ticino non ha mai dimenticato
Ci sono tragedie che attraversano i decenni e restano impresse nella memoria collettiva di un territorio. La sciagura di Robiei è una di queste. Era la notte tra il 15 e il 16 febbraio 1966 quando, nelle viscere dell’Alto Ticino, diciassette persone persero la vita in una galleria scavata nell’ambito dei lavori per gli impianti idroelettrici delle Officine della Maggia. A sessant’anni esatti da quella notte, la città di Locarno ha voluto fermarsi a ricordare.
Il 22 settembre si è tenuta una cerimonia ufficiale presso la sede del Corpo dei Pompieri di Locarno, alla presenza del Municipio cittadino, dei familiari delle vittime, dello Stato Maggiore del Corpo e di una delegazione di pompieri veterani. Un appuntamento sobrio ma carico di significato, pensato per restituire un volto e una storia a chi, in quella galleria, non fece ritorno.
Cosa successe nella galleria Robiei-Cruina-Stabiascio
L’incidente avvenne durante la costruzione delle opere idroelettriche nella zona dell’Alto Ticino. Tre operai italiani furono i primi a morire, colpiti da gas tossici e da una grave carenza di ossigeno all’interno della galleria di adduzione tra la Leventina e la Val Bavona. Le bombole di ossigeno disponibili si rivelarono insufficienti.
La tragedia si amplificò in modo drammatico nelle ore successive: altre quattordici persone — accorse per prestare soccorso — subirono la stessa sorte. Tra loro, due pompieri di Locarno: Gianfranco Rima e Renato Roncoroni. Ci fu un solo sopravvissuto. In totale, quindici lavoratori italiani e i due militi locarnesi: diciassette morti in totale, in quello che rimane ancora oggi il peggior incidente sul lavoro mai avvenuto nella Svizzera italiana.
Un disastro che segnò anche la storia dell’emigrazione italiana
La tragedia di Robiei non fu solo una ferita locale. Quindici delle vittime erano operai italiani, uomini che avevano lasciato le proprie famiglie in cerca di lavoro in Svizzera. La loro morte intrecciò due storie: quella del Ticino come territorio e quella dell’emigrazione italiana come fenomeno umano e sociale. Per questo la commemorazione ha voluto rendere omaggio all’intera comunità delle diciassette vittime, senza distinzioni di nazionalità o ruolo.
La cerimonia: targa, fotografie e parole dei sopravvissuti
La cerimonia del 22 settembre ha avuto un carattere insieme istituzionale e profondamente umano. Tra i momenti più toccanti, la lettura di un testo scritto dal figlio di Leo Marcollo, veterano pompiere che quella notte si salvò solo grazie a una serie di circostanze fortuite. A leggere il ricordo è stato il I tenente Corrado Garbin.
Presenti anche le figlie dei due pompieri caduti: Fabiana Rima-Grizzi e Gianfranca Rima, figlie di Gianfranco Rima, e Annamaria Roncoroni, figlia di Renato Roncoroni, accompagnata dalla propria figlia Nadia Parietti. Tre donne unite da un lutto che le ha segnate sin dall’infanzia e tra le quali, nel tempo, si è sviluppata una forma di solidarietà spontanea, nata dalla condivisione di una perdita comune.
Il sindaco di Locarno Nicola Pini ha letto nel suo intervento un brano tratto dalla pubblicazione di Erminio Ferrari, Cielo di stelle, dedicato proprio a queste tre figlie. Un gesto che ha trasformato la cerimonia in qualcosa di più intimo, oltre il protocollo istituzionale.
Come segno duraturo del ricordo, è stato deciso che una targa e le fotografie di Gianfranco Rima e Renato Roncoroni saranno collocate nella sala riunioni del Corpo dei Pompieri di Locarno, affinché i loro volti restino visibili a chi ogni giorno indossa la stessa uniforme.
Il senso di una grande famiglia
Il Comandante del Corpo Pompieri Tiziano Guarisco ha sintetizzato il significato della commemorazione con un’immagine semplice ma efficace: quella della caserma come casa, e del Corpo come una grande famiglia. Un concetto che nel mondo pompieristico non è retorica, ma concretezza quotidiana.
«Gianfranco Rima e Renato Roncoroni erano colleghi, cittadini, amici, uomini» — ha ricordato il Comandante — sottolineando come i due non debbano essere ridotti a semplici nomi del passato, ma vadano considerati parte viva della memoria collettiva del corpo. Un compito, ha concluso, «tanto semplice quanto importante: non dimenticare».
Perché ricordare è ancora necessario
A sessant’anni di distanza, commemorare la tragedia di Robiei non è un esercizio nostalgico. È un atto politico e civile. Ricordare chi è morto sul lavoro, chi è entrato in una galleria per salvare altri e non ne è uscito, significa tenere viva la consapevolezza che la sicurezza non è mai acquisita per sempre.
La storia di Robiei parla di coraggio, di istinto al soccorso, di un sistema di protezione che nel 1966 aveva limiti tragicamente evidenti. Parlarne oggi — con le figlie di quei pompieri sedute in prima fila — significa anche riconoscere che dietro ogni vittima c’è una famiglia che ha continuato a portarne il peso.
- 17 vittime totali: 15 operai italiani e 2 pompieri di Locarno
- 1 solo sopravvissuto tra chi entrò nella galleria per i soccorsi
- Causa della morte: gas tossici e carenza di ossigeno
- Luogo: galleria Robiei-Cruina-Stabiascio, Alto Ticino
- Data: notte tra il 15 e il 16 febbraio 1966
Locarno, con questa cerimonia, ha scelto di non lasciare che quei nomi scivolino nell’oblio. E questo, in fondo, è già un atto di giustizia.




