La richiesta dell’MpS al Parlamento cantonale
Una lettera indirizzata all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio ticinese riaccende il dibattito attorno alla figura del procuratore generale Andrea Pagani. A firmarla sono i deputati del Movimento per il Socialismo Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi, che chiedono al plenum parlamentare di esprimersi formalmente sulla possibilità di impugnare una recente sentenza del Consiglio della magistratura (CdM).
Il CdM aveva escluso, con una decisione del 21 settembre, l’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di Pagani. I termini per un eventuale ricorso davanti alla Commissione di ricorso sulla magistratura sono di trenta giorni dalla notifica, avvenuta il 24 settembre. Ad oggi nessun ricorso è stato depositato: per l’MpS, però, una scelta così rilevante non dovrebbe essere lasciata a singoli, ma spettare all’intera assemblea.
La vicenda che ha riacceso i riflettori
La storia al centro della controversia risale al 2021 e riguarda una querela presentata da una donna di Melide, deceduta nell’estate scorsa nelle acque del Lago di Lugano, contro Claudio Zali. Il caso era rimasto nell’ombra fino a quando uno scritto anonimo era giunto alla Sottocommissione di vigilanza del Gran Consiglio, che lo aveva trasmesso al CdM il 27 agosto.
All’epoca dei fatti, Pagani aveva ascoltato entrambe le parti. La donna era stata convocata una seconda volta per chiarire alcune circostanze, ma l’interrogatorio non si era concluso. In seguito al ritiro della querela, il procuratore generale aveva contattato i medici curanti della denunciante per accertarsi che, nel momento in cui aveva ritirato la denuncia, fosse pienamente capace di intendere e di volere. I sanitari avevano confermato la sua lucidità. Il 4 novembre 2021 Pagani aveva emesso un decreto di non luogo a procedere per lesioni semplici e minaccia.
Le valutazioni del Consiglio della magistratura
Il CdM non si era limitato ad analizzare la gestione formale della querela: aveva anche esaminato se i fatti segnalati potessero configurare reati perseguibili d’ufficio, come il sequestro di persona, la coazione o ipotesi di natura sessuale. La conclusione dell’organo è stata tuttavia che gli elementi disponibili non raggiungevano la soglia minima degli indizi necessari per procedere.
Le ragioni elencate nella sentenza — che supera le venti pagine — sono molteplici:
- la donna non aveva chiarito in modo esaustivo la dinamica degli eventi;
- l’uomo sentito come indagato si era avvalso della facoltà di non rispondere;
- non erano emersi testimoni né riscontri oggettivi;
- i riferimenti a possibili reati sessuali risultavano troppo vaghi per orientare le indagini.
Il Consiglio ha inoltre sottolineato che il suo mandato è valutare la condotta disciplinare del magistrato, non sostituirsi a lui nel riesame del merito delle decisioni penali. L’analisi è stata condotta sulla base di ciò che Pagani sapeva o poteva ragionevolmente sapere nel 2021, senza introdurre retroattivamente elementi emersi soltanto in seguito. Le accuse contenute nello scritto anonimo sono state giudicate generiche e prive di riferimenti a specifici atti od omissioni. La condotta del procuratore è stata definita adeguata e professionale, e il fatto che si sarebbe potuto agire in modo diverso non è stato ritenuto sufficiente, di per sé, a configurare una responsabilità disciplinare.
Il nodo della legittimazione a ricorrere
Prima ancora di discutere il merito, l’MpS affronta una questione preliminare: il Gran Consiglio ha il diritto di impugnare la sentenza? I deputati sostengono di sì, ma chiariscono che la legittimazione non deriverebbe dalla qualità di denunciante della Sottocommissione di vigilanza, bensì dal ruolo istituzionale del Parlamento quale autorità di alta vigilanza sulla magistratura e organo competente per l’elezione dei magistrati stessi.
A supporto della propria tesi, Pronzini e Sergi evidenziano due elementi normativi:
- la legge prevede espressamente che la sentenza venga intimata al Gran Consiglio;
- la norma sul ricorso non circoscrive esplicitamente il diritto di impugnazione alle sole decisioni che irrogano sanzioni disciplinari.
Ne conseguirebbe, secondo i deputati, che anche una decisione di non procedere dovrebbe poter essere sottoposta al controllo di un organo giudiziario terzo e indipendente. I deputati precisano che un eventuale ricorso parlamentare non equivarrebbe a un’ingerenza diretta nell’attività giudiziaria: il Parlamento chiederebbe semplicemente alla Commissione di ricorso di esaminare la questione, lasciando poi a quest’ultima ogni valutazione, inclusa quella sulla legittimazione del ricorrente.
La richiesta formale: la parola al plenum
Per tutte queste ragioni, l’MpS chiede che la questione venga iscritta all’ordine del giorno della prossima sessione del Gran Consiglio. Nella lettera si sollecita inoltre la preparazione, da parte dell’Ufficio presidenziale, di un rapporto che permetta ai deputati di disporre di un quadro chiaro e completo prima di votare.
La proposta riflette una sensibilità più ampia: quella di garantire che le decisioni di rilevanza istituzionale vengano assunte in modo trasparente e collegiale, e non rimangano nell’ombra per scadenza dei termini. Nei prossimi giorni si capirà se la presidenza del parlamento cantonale accoglierà la richiesta e in quale forma il tema verrà affrontato in aula.




