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Parità sul lavoro senza tutele per orientamento sessuale e identità di genere: le associazioni ticinesi denunciano una lacuna legislativa

Il voto che divide: il Consiglio degli Stati dice no all’estensione della tutela

Con 25 voti contro 19, il Consiglio degli Stati ha deciso di non approvare la mozione che chiedeva di includere esplicitamente nella Legge sulla parità dei sessi le discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Una decisione che ha suscitato reazioni immediate e indignate da parte di chi lavora quotidianamente per la tutela dei diritti nei luoghi di lavoro.

A farsi portavoce della delusione sono il Gruppo Donne dell’Unione sindacale svizzera Ticino e Moesa e l’Associazione Imbarco Immediato, che in un comunicato congiunto denunciano quella che definiscono una lacuna normativa inaccettabile, destinata a penalizzare categorie di lavoratori già vulnerabili.

Cosa cambiava con quella mozione: la protezione mancante

Secondo le due organizzazioni, il quadro legislativo attuale lascia scoperte le persone che subiscono discriminazioni sul lavoro non per ragioni legate al sesso biologico, ma per la propria identità di genere o il proprio orientamento sessuale. Chi si trova in questa situazione non può fare affidamento sugli stessi strumenti legali previsti dalla Legge sulla parità dei sessi.

Le conseguenze pratiche di questa assenza di tutela possono riguardare diversi ambiti della vita professionale:

  • L’accesso al lavoro e alle opportunità di impiego
  • Le condizioni contrattuali e i termini d’impiego
  • Le prospettive di carriera e avanzamento
  • La dignità e il rispetto nell’ambiente lavorativo quotidiano

Si tratta, sostengono le organizzazioni, di discriminazioni reali e documentabili, non di ipotesi teoriche.

Un’ammissione parlamentare che non ha portato a risultati concreti

Ciò che rende ancora più amaro il risultato del voto, secondo Gruppo Donne USS e Imbarco Immediato, è che nel corso del dibattito parlamentare l’esistenza di queste discriminazioni è stata riconosciuta esplicitamente. Non si è dunque trattato di una negazione del problema, ma di una scelta consapevole di non intervenire per risolverlo.

Anche la Commissione della sicurezza sociale e della sanità degli Stati aveva rilevato che includere l’orientamento sessuale nella legge avrebbe permesso di tradurre in norme concrete una protezione già sancita a livello di Costituzione federale. Eppure questo passaggio non è avvenuto, e la distanza tra la carta costituzionale e la legislazione ordinaria rimane colmata solo in parte.

«Non esiste parità se qualcuno resta fuori»

Il messaggio delle due organizzazioni è netto: la parità non può essere parziale o selettiva. Limitare la tutela antidiscriminatoria alle sole categorie tradizionalmente previste dalla legge significa ignorare una parte della realtà lavorativa e sociale del paese.

Come affermano le stesse organizzazioni, la lotta contro le discriminazioni di genere non può fermarsi a una visione binaria e rigida dell’identità. La protezione offerta dalla legge non dovrebbe variare in base a chi una persona ama o a come vive e esprime la propria identità.

Il voto del Consiglio degli Stati viene perciò definito «un’occasione mancata»: un momento in cui il legislatore avrebbe potuto aggiornare la normativa alla complessità della società contemporanea, e ha scelto invece di non farlo.

L’impegno continua: sindacati e associazioni non si fermano

La bocciatura parlamentare non segna la fine del percorso. Gruppo Donne USS Ticino e Moesa e Imbarco Immediato hanno annunciato che proseguiranno la loro azione su più fronti, convinte che i diritti non si ottengano con un unico voto ma attraverso un lavoro costante e plurale.

Le strade che intendono percorrere includono:

  • L’azione diretta nei luoghi di lavoro, per sensibilizzare e costruire cultura della parità
  • La negoziazione di contratti collettivi che includano tutele esplicite
  • Il lavoro di contrattazione sindacale per ottenere garanzie concrete
  • Il coinvolgimento sul piano politico, per riaprire il dibattito legislativo

L’obiettivo dichiarato è costruire strumenti che garantiscano uguali diritti e uguale dignità a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, indipendentemente da chi sono o da come si definiscono.

Una questione aperta che riguarda tutti

La vicenda ticinese e federale solleva interrogativi più ampi sul significato reale di parità. Una legge che protegge solo una parte delle persone discriminate riflette un’idea ancora incompleta di giustizia lavorativa. Se la Costituzione riconosce già il principio, la legislazione ordinaria dovrebbe rendere quel principio azionabile da chiunque ne abbia bisogno.

Come sintetizzano le due organizzazioni, «una legge sulla parità deve proteggere tutte le persone, senza eccezioni e senza zone d’ombra». Il dibattito, dopo questo voto, è tutt’altro che chiuso.

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