Erano le 10:30 del mattino quando una ruspa si è fermata davanti all’abitazione della famiglia Odeh, nel piccolo villaggio di Khallet Sakariya, a sud di Betlemme. Venti minuti dopo, di quella casa non restava più nulla. Al suo posto, solo macerie e il ricordo di un’esistenza costruita mattone dopo mattone dal 2014 su un terreno di proprietà familiare.
Venti minuti per cancellare una casa
A raccontarlo è Issa Odeh, 36 anni, che in quella casa viveva insieme alla sua famiglia. Il mezzo meccanico era scortato da una jeep militare e da un autobus con quindici operai a bordo, i cui volti erano coperti. In pochi minuti hanno svuotato armadi e cucina, caricando tutto in grandi sacchi di plastica. Mobili ed elettrodomestici sono stati portati via, tranne la lavatrice: non c’era tempo, ha spiegato l’ufficiale presente. Quando la figlia di Issa, Tulin, dodici anni, è tornata da scuola a mezzogiorno, il luogo dove aveva sempre vissuto era sparito.
Nello stesso giorno, l’Amministrazione civile israeliana — un organo dipendente dal ministero della Difesa — ha abbattuto altre 31 strutture in Cisgiordania: due nel vicino villaggio di Nahalin e 29 nella zona del Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron. Tredici di queste erano residenziali, le restanti agricole.
Un’escalation documentata dai dati ONU
Il caso degli Odeh non è un episodio isolato. Secondo i dati dell’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), solo nei primi 17 giorni di settembre 2026 sono state condotte 20 operazioni di demolizione in 17 comunità palestinesi. Il bilancio di quel mese ha raggiunto 143 strutture abbattute, 42 delle quali residenziali. In totale, 215 persone hanno perso la propria abitazione e circa 300 hanno visto compromessa la fonte di reddito.
Ma il quadro complessivo del 2026 è ancora più preoccupante:
- 960 costruzioni demolite dall’inizio dell’anno, con una media di 113 al mese
- 1.040 persone sfollate in meno di nove mesi
- Più di un quinto delle strutture abbattute erano abitazioni; circa un terzo era di natura agricola
- Quasi 1.000 nuovi ordini di demolizione o sospensione dei lavori emessi nel solo 2025, più altri 250 nei mesi successivi
Il ritmo del 2026 supera quello degli anni precedenti: nel 2025 la media era di 106 demolizioni mensili, nel 2024 di 88. Dal 2009, secondo le stime delle Nazioni Unite, Israele ha abbattuto oltre 11.000 costruzioni palestinesi per ragioni amministrative, provocando lo sfollamento di circa 13.000 persone. Questi numeri non includono le demolizioni con finalità militari o punitive, né quelle effettuate a Gerusalemme Est.
Il meccanismo dei permessi negati
Per comprendere la logica di questo sistema, è necessario guardare al contesto normativo. La stragrande maggioranza della Cisgiordania è classificata come Area C, dove il controllo urbanistico è in mano israeliana. Ai palestinesi è di fatto impossibile ottenere permessi di costruzione: a Khallet Sakariya, ad esempio, dopo tredici anni di attesa una richiesta di piano urbanistico era stata approvata per sole 50 unità abitative nel 2021, per poi essere accantonata a seguito delle proteste degli insediamenti circostanti.
Costrette a scegliere tra non costruire e costruire senza permesso sul proprio terreno, molte famiglie optano per la seconda strada. È esattamente quello che ha fatto Mohammed Odeh, padre di Issa, nel 2014. Da allora, un coordinatore della sicurezza di un insediamento vicino si presentava ogni sabato per controllare che non venissero eseguiti lavori. «Sollevava il tappeto per assicurarsi che non avessimo messo piastrelle», racconta Issa Odeh.
Insediamenti in espansione, villaggi in contrazione
La giustificazione ufficiale per la demolizione della casa degli Odeh è stata che l’abitazione si trovava troppo vicina alle case dell’insediamento di Alon Shvut. Una spiegazione che Mohammed Odeh contesta con amarezza: «Non siamo stati noi ad andare verso di loro. Sono stati loro a venire verso di noi».
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha descritto queste operazioni come «un passo importante e necessario verso il rafforzamento della colonizzazione», ammettendo apertamente che l’obiettivo è creare spazio per l’espansione degli insediamenti. Il giorno dopo una delle demolizioni più consistenti, avvenuta il 12 agosto ad Aba, vicino a Jenin — dove sono state abbattute 25 strutture commerciali che garantivano il sostentamento di circa 120 persone — sugli stessi terreni sono sorti due insediamenti ripristinati, Ganim e Kadim.
Censimenti notturni e carte d’identità modificate
A Khallet Sakariya la pressione non si manifesta solo attraverso le ruspe. Il capo villaggio, Mohammed Ibrahim Saad, riferisce che circa sei settimane fa agenti dell’Amministrazione civile si sono presentati in tarda serata per effettuare un censimento degli abitanti. A chi in quel momento non era in casa è stato impedito di rientrare. E i soldati al posto di controllo di Gush Etzion hanno strappato dalle carte d’identità di alcuni residenti l’allegato che certificava la loro residenza a Khallet Sakariya: cancellati, anche anagraficamente.
Lo stesso tipo di censimento è stato condotto in altre piccole comunità circondate dagli insediamenti, con l’effetto di ridurre ufficialmente il numero dei residenti nelle aree dove la costruzione di abitazioni per israeliani procede a ritmo accelerato. I palestinesi vengono progressivamente spinti verso i centri urbani, scomparendo dal territorio in cui loro stessi e le generazioni precedenti sono cresciuti.
Una famiglia dispersa tra le rovine
Dopo la demolizione, la famiglia Odeh si è dispersa tra i parenti. Solo il padre Mohammed dorme ancora sul posto, in un improvvisato salotto all’aperto: divani disposti a U, coperte usate come tetto, viti intrecciate al posto delle pareti. Issa e Mohammed avevano integrato il reddito agricolo con lavori nell’edilizia, ma dopo l’ottobre 2023 anche quella possibilità è venuta meno. L’accesso ai campi coltivati è ora vietato perché considerati troppo vicini agli insediamenti.
L’Amministrazione civile, interpellata, ha dichiarato di agire «in conformità alle priorità stabilite e previa approvazione delle autorità politiche», senza fornire dati sull’aumento delle demolizioni né spiegazioni sulle ragioni di questa escalation. Una risposta burocratica che non restituisce alla famiglia Odeh né la casa né il futuro che avevano cercato di costruire.




