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Claudio Zali, tredici anni al Governo ticinese: ascesa, realizzazioni e crollo di un magistrato prestato alla politica

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Il capolinea di un percorso lungo tredici anni

Il 30 settembre 2026 segna la fine ufficiale dell’esperienza governativa di Claudio Zali, già privato delle sue funzioni e competenze al Dipartimento del territorio settimane prima di questo ultimo giorno formale in carica. Sono stati esattamente 4.704 giorni al vertice dell’esecutivo cantonale ticinese, un percorso che iniziò in modo quasi casuale nell’autunno del 2013 e si chiude oggi in modo brusco e controverso, con due procedimenti penali aperti a suo carico e un’immagine pubblica irrimediabilmente compromessa.

Come tutto ebbe inizio: il giudice chiamato a fare il ministro

La storia politica di Zali affonda le radici in un contesto di emergenza interna alla Lega dei Ticinesi. Il 2013 fu un anno tumultuoso per il movimento: a marzo morì improvvisamente il fondatore Giuliano Bignasca, poi Marco Borradori fu eletto sindaco di Lugano e lasciò il Consiglio di Stato, e il suo successore Michele Barra dovette abbandonare per sopraggiunti problemi di salute. La Lega si trovò senza candidati disponibili e puntò su Claudio Zali, nato il 27 settembre 1961, laureato in diritto a Zurigo nel 1986 e diventato giudice grazie a una proposta dello stesso movimento nel 1992. Aveva poi presieduto il Tribunale penale cantonale, portando con sé una reputazione di rigore e sobrietà ben distante dai toni accesi tipici della politica leghista.

Il suo ingresso in Governo fu quello di un uomo consapevole di muoversi in un terreno nuovo: si definì pubblicamente «un apprendista» e per molto tempo seguì i lavori parlamentari con la dedizione di uno studente, anche quando non era strettamente necessario. Un profilo atipico, per una forza politica che aveva fatto dell’energia popolare il proprio marchio.

I dossier che hanno segnato il suo mandato

Durante il suo lungo mandato, Zali ha legato il proprio nome a diversi temi centrali per il Ticino, con risultati alterni.

Tassa di collegamento e mobilità

Uno dei primi grandi impegni fu la tassa di collegamento, pensata per gravare sui grandi generatori di traffico attraverso i posteggi e finanziare il trasporto pubblico. La misura superò il voto popolare nel giugno 2016, ma non entrò mai concretamente in vigore, bloccata da ricorsi e rinvii. Sul fronte del traffico, Zali promosse anche una battaglia contro il cosiddetto «posteggio selvaggio», con l’installazione di massi lungo le strade per limitare la sosta irregolare. Tuttavia, l’obiettivo di ridurre i pendolari in auto rimase largamente incompiuto: le colonne che un tempo interessavano solo i valichi di confine si sono allargate fino a paralizzare l’autostrada A2.

Tassa sul sacco e trasporto pubblico

Più solida la riforma della tassa cantonale sul sacco, introdotta sulla base del principio di causalità e diventata parte stabile del sistema, nonostante l’opposizione di Lugano — ironicamente definita da Zali «villaggio gallico sul Ceresio». Un’altra realizzazione rivendicata è il potenziamento del trasporto pubblico in occasione dell’apertura, nel 2020, della galleria di base del Ceneri: il Cantone accompagnò l’opera federale con nuovi nodi d’interscambio, maggiori frequenze e tempi di percorrenza ridotti. Zali fu tra i sostenitori più convinti della Rete tram-treno del Luganese, opera di cui non vedrà l’inaugurazione ma che porta in modo indelebile anche la sua firma.

Il politico fuori dagli schemi: voti record e tensioni interne

Alle elezioni cantonali del 2015, Zali condusse una campagna quasi inesistente, senza santini e con pochissima esposizione mediatica, raccogliendo 83.307 preferenze: un primato assoluto nella storia elettorale ticinese. Il successo dimostrò che la visibilità non è sempre sinonimo di consenso.

Il suo rapporto con il resto della classe politica fu però costantemente teso. Con il collega di Governo Norman Gobbi non vi fu mai vera sintonia, nonostante anni di coabitazione forzata nell’esecutivo. Con l’UDC e Piero Marchesi i rapporti divennero apertamente conflittuali: Zali rifiutò confronti pubblici e arrivò a definire i democentristi «nulli» in Parlamento, frase poi stampata su una maglietta. Eppure fu proprio grazie ai voti degli alleati di lista alle elezioni del 2023 che ottenne la terza rielezione, circostanza che non ammise mai esplicitamente.

Il crollo: dagli audio agli scandali, fino alle dimissioni forzate

La caduta di Zali è stata precipitosa e pubblica. Sono emersi audio compromettenti in cui esortava una donna a compiere atti di violenza contro un’altra persona. Sono venute a galla email che documentavano pressioni per favorire l’assunzione di una conoscente all’EOC e un intervento personale per sollecitare la Divisione della giustizia in favore del figlio minorenne di un’altra conoscente, ospite di una struttura di accoglienza. Comportamenti che, al netto di ogni valutazione penale ancora pendente, configurano un uso distorto del potere istituzionale.

Mentre il Governo lo invitava a lasciare immediatamente la carica, Zali resisteva annunciando che sarebbe rimasto «fino alla data da me stabilita». Un braccio di ferro che ha reso ancora più amara la sua uscita di scena. La Lega stessa, dopo anni di sostegno, lo ha scaricato pubblicamente attraverso i vertici di via Monte Boglia.

Un’eredità difficile da valutare in modo unitario

La vicenda di Claudio Zali è difficile da racchiudere in un giudizio univoco. L’uomo ha lasciato un segno reale nel trasporto pubblico ticinese, nella politica ambientale e nella gestione del territorio, mostrando una testardaggine che in alcuni casi ha prodotto risultati concreti. Allo stesso tempo, dossier irrisolti come quello dell’A2-A13 o della circonvallazione Agno-Bioggio restano un nodo aperto.

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