Il Parlamento federale dà il via libera: si punta a un tetto per i lupi
Una svolta attesa da anni da allevatori e associazioni di categoria: il Consiglio nazionale ha approvato la mozione che impegna il Consiglio federale a creare le basi legali per stabilire un numero massimo di lupi in Svizzera. Il provvedimento era già passato al Consiglio degli Stati, e ora tocca all’esecutivo federale tradurre questo principio in norme concrete.
In Ticino, la notizia è stata accolta con evidente soddisfazione da parte di chi si batte da tempo per una gestione più incisiva della presenza del predatore. Ma le reazioni non nascondono anche una certa impazienza: il rischio, secondo i promotori, è che l’iter legislativo si allunghi troppo, mentre nel frattempo la situazione sul territorio continua a deteriorarsi.
Le voci dal Ticino: tra soddisfazione e urgenza
Roberta Soldati, presidente dell’Associazione per la protezione del territorio dai grandi predatori, parla apertamente di un traguardo importante, ma sottolinea che non c’è tempo da perdere. Secondo lei, le autorità non possono permettersi un atteggiamento attendista: occorre agire subito, anche sul fronte delle misure attive di dissuasione, come i cosiddetti colpi dissuasivi, in attesa che il nuovo sistema normativo venga definito.
Sulla stessa lunghezza d’onda Sem Genini, segretario agricolo dell’Unione contadini ticinesi, che aveva contribuito a promuovere un’iniziativa cantonale analoga. Per Genini il voto parlamentare dimostra che la maggioranza del legislativo ha finalmente compreso che non bastano misure tampone: servono scelte strutturali e coraggiose. Anche lui chiede che il Consiglio federale presenti proposte incisive nel più breve tempo possibile, senza ulteriori rallentamenti.
Quanti lupi può tollerare il Ticino? Le posizioni divergono
Se c’è accordo sulla necessità di introdurre un limite, le opinioni divergono non appena si scende nel concreto. La domanda è semplice nella forma, ma complessa nella sostanza: quanti lupi sono accettabili in Ticino?
Soldati è categorica: per il cantone, il numero ideale di branchi e lupi stanziali è zero. A motivare questa posizione è soprattutto la conformazione del territorio ticinese e la necessità di tutelare l’attività alpestre, che in molte aree risulta incompatibile con la presenza stabile del predatore.
Genini adotta una posizione leggermente diversa. Pur riconoscendo che il settore agricolo preferirebbe anch’esso lo zero, ritiene che si potrebbe accettare al massimo un branco, a condizione che non generi conflitti con allevamenti e insediamenti umani. A supporto di questa tesi cita il biologo italiano Luigi Boitani, che in passato aveva stimato la capienza del territorio ticinese in circa due lupi totali, con eventuale presenza sporadica di esemplari di passaggio.
A fornire dati oggettivi a entrambe le posizioni è il rapporto Guggiari sulla proteggibilità degli alpeggi ticinesi, che restituisce numeri inequivocabili:
- Il 74% degli alpeggi con ovini non è ragionevolmente proteggibile di notte
- Il 79% degli alpeggi con capre non munte si trova nella stessa condizione
- Di giorno, la quota di alpeggi non proteggibili sale addirittura al 94%
Dati che, secondo i promotori della soglia, rendono insostenibile la convivenza con una popolazione lupina stanziale e strutturata.
Il punto di vista scientifico: la cautela di KORA
La Fondazione KORA, l’organizzazione svizzera specializzata in ecologia dei carnivori e gestione della fauna selvatica, invita a non semplificare eccessivamente la questione. Gli esperti distinguono tra due concetti fondamentali: la capacità portante ecologica — legata alla disponibilità di prede e alla qualità degli habitat — e la capacità portante sociale, ovvero il numero di lupi che la popolazione locale è disposta ad accettare.
Quest’ultima, secondo KORA, è proprio quella che la mozione parlamentare intende regolare. Si tratta, però, di una questione politica e sociale, non biologica. Sul piano scientifico, fissare un numero preciso di individui può essere fuorviante: i lupi sono animali sociali che vivono in branchi, e la rimozione di determinati esemplari — specie se con ruoli chiave all’interno del gruppo — può avere effetti molto diversi a seconda del contesto.
Un altro limite evidenziato da KORA riguarda la scala territoriale: i confini cantonali non sono la dimensione giusta per gestire una specie che si sposta liberamente attraverso le frontiere amministrative. Inoltre, gli esperti avvertono che stabilire una soglia numerica non garantisce automaticamente una riduzione delle predazioni. Le conoscenze attuali, spiegano, non mostrano un legame diretto tra regolazione della popolazione e diminuzione dei danni al bestiame. Le misure mirate, al contrario, si sono rivelate più efficaci e costanti nel tempo.
Cosa succede ora: le prossime mosse
Il percorso verso un nuovo quadro normativo è formalmente avviato, ma la strada è ancora lunga. Il Consiglio federale dovrà elaborare una proposta legislativa che tenga conto delle istanze dei Cantoni, delle indicazioni scientifiche e delle pressioni politiche. Nel frattempo, Soldati chiede di rivedere il piano d’emergenza cantonale in vista della prossima stagione alpestre, con eventuali misure di supporto per chi deve realizzare nuove recinzioni.
Genini, invece, punta il dito sulle difficoltà della regolazione attuale: nel 2025, dei 20 lupi autorizzati all’abbattimento, soltanto 5 sono stati effettivamente rimossi. Un tetto massimo ben definito, a suo avviso, consentirebbe di creare zone dove la presenza del lupo sia assente o del tutto sporadica.
KORA, dal canto suo, ricorda che qualsiasi numero fisso rischia di trasmettere una certezza che i dati disponibili non possono garantire. Le dinamiche di una popolazione selvatica sono per natura variabili e difficili da prevedere con precisione.
Il dibattito ticinese sul lupo entra dunque in una nuova fase: non più se regolamentare, ma come farlo — e con quale coraggio politico.



