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Shein alla prova dei mercati: utili in picchiata dopo la quotazione a Hong Kong

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Il debutto in Borsa di Shein non porta i frutti sperati

L’atteso ingresso di Shein sui mercati finanziari si è trasformato in un banco di prova assai più impegnativo del previsto. Il colosso della moda ultra low cost, fondato in Cina e oggi con sede legale a Singapore, ha reso pubblico il suo primo bilancio trimestrale dopo la quotazione alla Borsa di Hong Kong, avvenuta nei primi giorni di settembre. I numeri raccontano una storia difficile: utili crollati, ricavi quasi fermi e un contesto globale tutt’altro che favorevole.

A fare da cornice a questi dati c’è una valutazione in borsa che ha deluso le aspettative degli investitori più ottimisti. Se nel 2022 Shein aveva raggiunto una capitalizzazione di mercato vicina ai 100 miliardi di dollari, la quotazione avvenuta quest’anno l’ha fotografata a circa 26 miliardi di dollari — meno di un quarto rispetto al picco. Da allora il titolo ha perso ulteriore terreno, cedendo quasi il 28%.

I numeri del secondo trimestre: un quadro preoccupante

Il report relativo al trimestre conclusosi a giugno 2025, anticipato dal Financial Times, mostra con chiarezza la pressione cui è sottoposta la redditività dell’azienda. L’utile adjusted — ovvero l’indicatore di profitto depurato da alcune voci straordinarie — ha registrato un calo del 66,6% su base annua, scendendo a 228 milioni di dollari, pari a circa 190 milioni di franchi svizzeri.

Dal lato dei ricavi, la situazione appare solo marginalmente migliore: le entrate sono cresciute di meno dell’1%, attestandosi a 11,1 miliardi di dollari (circa 9,3 miliardi di franchi). Una crescita sostanzialmente piatta, che non riesce a compensare la forte contrazione dei margini.

Le cause della crisi di redditività

Dietro questi numeri si celano dinamiche ben identificabili. I principali fattori che hanno eroso i profitti sono:

  • L’aumento dei prezzi del petrolio, che ha trascinato al rialzo i costi energetici lungo l’intera catena produttiva;
  • Il rincaro dei trasporti, alimentato dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente che hanno perturbato le rotte commerciali;
  • I nuovi dazi doganali sulle importazioni, che colpiscono direttamente un modello di business fondato sull’esportazione massiva di prodotti a basso costo;
  • La volatilità logistica, che rende difficile pianificare i costi operativi con certezza.

Il fondatore e presidente di Shein, Xu Yangtian, ha riconosciuto apertamente le difficoltà, dichiarando che l’azienda si aspetta che il contesto esterno rimanga incerto anche nella seconda metà del 2026. Un’ammissione significativa, che segnala come i problemi non siano considerati temporanei ma strutturali.

I mercati di riferimento: Europa e USA guidano i ricavi

Nonostante le difficoltà, Shein mantiene una presenza commerciale rilevante a livello globale. Nel trimestre in esame, oltre un terzo dei ricavi totali è provenuto dall’Europa, confermando il Vecchio Continente come uno dei mercati più strategici per il gruppo. Gli Stati Uniti hanno contribuito per poco più di un quinto delle entrate complessive.

Questi dati evidenziano quanto Shein sia ormai profondamente integrata nei comportamenti di acquisto dei consumatori occidentali, nonostante le polemiche che accompagnano il suo modello produttivo — dalle condizioni di lavoro nei fornitori alle questioni ambientali legate alla fast fashion estrema.

La strategia per il futuro: diversificazione e stagione degli acquisti

Di fronte a questo scenario, il management di Shein ha delineato alcune direttrici per cercare di invertire la tendenza. Sul piano commerciale, il gruppo sta puntando su una gamma di prodotti a prezzo più elevato, abbandonando parzialmente il posizionamento esclusivamente ultra-economico che ne ha decretato il successo globale. Si tratta di una svolta non priva di rischi: la fidelizzazione del pubblico di Shein è storicamente legata proprio alla percezione di un prezzo imbattibile.

L’azienda conta inoltre molto sul periodo del Black Friday e delle festività natalizie per recuperare redditività nel secondo semestre. Si tratta di un’ipotesi plausibile — la stagione degli acquisti invernali rappresenta tradizionalmente il momento di picco per il settore dell’abbigliamento e degli accessori — ma che dipende in larga misura da variabili esterne difficilmente controllabili, a partire proprio da dazi e costi di spedizione.

Un modello sotto pressione strutturale

La vicenda di Shein nel 2025 rappresenta un caso emblematico delle difficoltà che stanno incontrando i colossi della moda a basso costo d’origine cinese in un contesto globale sempre più frammentato. Le politiche protezionistiche dei principali mercati di destinazione, l’instabilità geopolitica e l’aumento dei costi delle materie prime e della logistica stanno mettendo alla prova un modello di business che per anni sembrava invincibile.

La domanda che gli analisti si pongono è se Shein riuscirà ad adattarsi con sufficiente rapidità a questo nuovo scenario, o se il divario tra la sua valutazione di mercato e i fondamentali aziendali sia destinato ad ampliarsi ulteriormente. Per ora, i numeri parlano chiaro: crescere non basta, se i margini continuano a erodere.

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