Venti mesi di attesa per un fiore sul luogo della tragedia
Era il 29 settembre 2026 quando Nadia e Vasile, genitori di Ana Maria, una giovane donna rumena di 21 anni, hanno percorso per la prima volta quella strada forestale che si inerpica sopra Lodrino, nel Sopraceneri ticinese. Una strada a curve, immersa nel verde, che la loro figlia aveva percorso nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 2025, poche ore prima di essere brutalmente uccisa.
Per questa coppia che risiede a Limbiate, in provincia di Monza e Brianza, quel territorio era fino ad allora del tutto sconosciuto. Ma il desiderio di vedere con i propri occhi il luogo in cui Ana Maria ha perso la vita era diventato insostenibile. «Per noi è un giorno speciale», hanno dichiarato con le lacrime agli occhi, dopo mesi di attesa e dolore silenzioso.
Quella notte: l’ultima videochiamata
I ricordi di quella sera di gennaio restano vividi e strazianti. Poco prima che tutto accadesse, i genitori avevano parlato con Ana Maria tramite una videochiamata. «Ci avevano detto che andavano a una festa», ricorda la madre Nadia. Ma poi, improvvisamente, la comunicazione si era interrotta: era stato il compagno della ragazza a chiudere la conversazione.
Nei giorni successivi, la notizia della morte di una giovane rumena di 21 anni aveva iniziato a circolare. A riferirla alla famiglia era stata un’amica. Un modo crudele e casuale per scoprire che la propria figlia non c’era più.
L’omicida e il contesto del delitto
Secondo quanto ricostruito, Ana Maria era accompagnata quella notte dal suo compagno, un uomo residente nella zona di Cremona che la costringeva a prostituirsi. I due si erano recati in un rustico sopra Lodrino per un incontro con un 27enne della regione. Quest’ultimo, in stato di alterazione dovuto all’assunzione di stupefacenti, avrebbe perso il controllo, aggredendo e uccidendo la giovane con un coltello. Pochi giorni dopo, anche l’aggressore è morto in ospedale in seguito a un colpo d’arma da fuoco che si era inflitto.
Il compagno di Ana Maria e un suo cugino, presenti sul posto ma rimasti in auto, avevano assistito passivamente agli eventi. «Ha una grande responsabilità», ha affermato con rabbia il padre Vasile. «Ma non si fa trovare, e alla polizia ha raccontato molte bugie».
La rabbia dei genitori: «Non ci sono solo i colpevoli diretti»
Il dolore dei coniugi si mescola a una profonda frustrazione nei confronti di chi, pur non essendo l’autore materiale dell’omicidio, avrebbe potuto fare qualcosa per salvare Ana Maria. Secondo i genitori, le responsabilità morali e legali non si esauriscono con la morte dell’aggressore. Ecco i punti principali che contestano:
- Il compagno della vittima l’avrebbe portata deliberatamente in quel luogo, sapendo a cosa andava incontro
- Lui e il cugino hanno atteso in auto mentre Ana Maria veniva uccisa
- Dopo i fatti, avrebbe fornito versioni contrastanti alle autorità
- La sua latitanza morale – e forse anche fisica – rende difficile ottenere giustizia piena
Un caso complesso: la morte dell’aggressore e le difficoltà legali
Il fatto che l’autore materiale dell’omicidio sia deceduto rende questa vicenda giuridicamente anomala e particolarmente complessa. I genitori di Ana Maria sono stati assistiti da un’avvocata italiana, una scelta inusuale per un delitto avvenuto in Svizzera, ma giustificata dalla specificità del caso. In mattinata, prima di recarsi a Lodrino, avevano incontrato la procuratrice Chiara Buzzi presso il Ministero pubblico di Lugano.
Per ora, le prospettive di un risarcimento economico restano molto limitate, quasi inesistenti. Ma i due genitori sembrano sapere bene che il denaro non potrà mai compensare la perdita della figlia.
La nipotina: un’altra battaglia da combattere
Tra le ferite ancora aperte, c’è quella legata alla figlia piccola di Ana Maria, attualmente affidata ai servizi sociali a Milano. Da tre mesi i nonni non riescono a vederla, e il sogno di ottenerne la custodia si scontra con una burocrazia intricata e tempi lunghi. «Per noi sarebbe bello almeno poterla crescere noi», hanno detto i due coniugi, con la voce spezzata dalla speranza e dallo sconforto insieme.
Un piccolo altare tra gli alberi
Ad attendere la coppia nei pressi del rustico c’era un piccolo altare spontaneo: qualche fiore, un paio di lumini e una fotografia di Ana Maria. Un gesto anonimo ma potente, a testimonianza che il ricordo della giovane non si è spento. I genitori hanno aggiunto i loro fiori e le loro candele, completando quel tributo silenziose.
«Era tanto brava», ha ripetuto più volte la madre Nadia, quasi cercando di spiegare a chi non l’ha conosciuta chi fosse davvero sua figlia. E il padre Vasile, con voce ferma nonostante le lacrime, ha concluso: «Ora che abbiamo portato i fiori e le candele, forse l’anima di nostra figlia può finalmente riposare in pace».
Una storia che non finisce
La vicenda di Ana Maria è una di quelle che non si chiude con un verdetto, perché l’imputato principale è morto prima del processo. Rimangono però domande aperte, responsabilità non ancora definitivamente accertate e una bambina che cresce senza sua madre. I suoi genitori continuano a combattere, dalla loro casa in Lombardia, per ottenere giustizia e per non lasciare che il nome della figlia venga dimenticato.



