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Vendemmia nel Mendrisiotto: frontalieri tra i filari a 15 franchi l’ora, tra sacrificio e nostalgia

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Quarantotto braccia tra i filari: chi sono i vendemmiatori del Mendrisiotto

Quando il sole è già alto sui colli del Mendrisiotto, la pausa pranzo diventa il momento più prezioso della giornata. I vendemmiatori si siedono sulle sedie pieghevoli, aprono i sacchi del pranzo e trovano il tempo di raccontarsi. Sono in 48, tra raccoglitori e addetti al carico: tutti frontalieri, provenienti principalmente dal Varesotto, impegnati nella raccolta del Merlot al termine di un’estate segnata dal caldo.

A coordinare i lavori è Alberto, 60 anni, responsabile della gestione di diversi vigneti della zona. È lui il punto di riferimento di una squadra eterogenea, composta da volti noti che tornano ogni stagione e da nuove leve che si avvicinano per la prima volta al mondo della vigna.

Quanto si guadagna: la paga oraria e le condizioni di lavoro

La domanda più diretta ottiene una risposta altrettanto diretta: circa quindici franchi netti all’ora. Una cifra che, per molti dei lavoratori presenti, rappresenta un’integrazione al reddito più che uno stipendio principale.

«Sono in gran parte pensionati oppure persone che hanno perso il lavoro e si adattano», spiega Alberto, precisando che nel gruppo non mancano anche alcuni giovani. Il contratto per la sola vendemmia copre generalmente un mese e mezzo, mentre chi segue l’intera stagione agricola resta in servizio da aprile fino a novembre.

La durata delle giornate è tutt’altro che uniforme e dipende dal vigneto e dalle attività previste:

  • Si può lavorare anche solo tre ore nelle giornate più leggere
  • Si arriva a sette o otto ore nei momenti più intensi della raccolta
  • Il giorno del nostro incontro, martedì 29 settembre, la squadra era operativa dalle 7, con pausa tra mezzogiorno e le 13 e termine previsto intorno alle 15

Come si forma la squadra: lo “zoccolo duro” e i nuovi arrivi

Per costruire il gruppo ogni anno, Alberto parte da quello che lui stesso definisce lo «zoccolo duro»: un nucleo di lavoratori fidati che tornano puntualmente da una stagione all’altra, portando con sé esperienza e affidabilità. A questi si affiancano le candidature di chi si propone inviando il curriculum direttamente in Ticino.

«Ogni anno arriva una decina di persone nuove», racconta il responsabile. L’età richiesta va dai 18 ai 70 anni, un arco generazionale ampio che riflette la composizione reale di chi sceglie questo tipo di lavoro stagionale.

L’annata 2026: grandine e zuccheri concentrati

La stagione in corso ha riservato qualche sorpresa. La grandine ha colpito alcuni appezzamenti, causando danni significativi nelle aree interessate. Tuttavia, la situazione complessiva si è rivelata meno grave di quanto inizialmente temuto da Alberto: «Pensavo fosse peggiore», ammette con una certa soddisfazione.

Sul piano qualitativo, l’assenza di piogge ha favorito una concentrazione degli zuccheri nell’uva, traducendosi in una gradazione alcolica più elevata rispetto alla media. Un dato che potrebbe rivelarsi positivo per i vini prodotti, ma che racconta anche le difficoltà climatiche di un’estate particolarmente secca e calda.

Maurizio, ex litografo: «In vigna imparo un mestiere che non avrei mai immaginato»

Tra i filari si muove con passo sicuro anche Maurizio, in pensione dopo 43 anni trascorsi in fabbrica come litografo. Per lui la vendemmia rappresenta un salto nel vuoto professionale, un’esperienza che si colloca all’opposto di tutto ciò che ha fatto in vita lavorativa.

«Sto imparando un mestiere che non mi sarebbe mai passato per la testa», racconta con entusiasmo genuino. Ma oltre all’aspetto pratico, ciò che apprezza di più è la dimensione umana del lavoro tra i filari: persone che non si conoscevano e che condividono fatica, aria aperta e qualcosa di difficile da definire con una sola parola.

Per Maurizio, la vendemmia non è semplicemente un secondo impiego: è, come lui stesso la chiama, «una piacevole distrazione». Un modo per restare attivo, scoprire un mondo nuovo e costruire relazioni che fuori dalla vigna probabilmente non sarebbero mai nate.

Matteo, 27 vendemmie all’attivo: «Era una festa, ora è diventata più fredda»

C’è poi chi guarda alla vendemmia con occhi diversi, perché la conosce da dentro da quasi trent’anni. Matteo, 52 anni, di Varese, lavora come vignaiolo da aprile a novembre ed è alla sua quindicesima vendemmia in Ticino, la ventisettesima contando anche le esperienze precedenti.

Dal suo punto di osservazione privilegiato, il cambiamento più evidente non riguarda le tecniche o i vitigni, ma l’atmosfera. «Una volta la vendemmia era più festeggiata», dice Matteo. Oggi, a suo giudizio, ha assunto un carattere più industriale, più efficiente forse, ma meno caldo.

Alla domanda diretta — se si sia perso il romanticismo di un tempo — il veterano non si nasconde dietro le parole: «Sì. È diventata più fredda». Una risposta secca, pronunciata da chi ha vissuto in prima persona la trasformazione di un lavoro che un tempo aveva il sapore di una celebrazione collettiva.

Un microcosmo di storie tra le vigne ticinesi

La vendemmia del Mendrisiotto è molto più di un processo produttivo. È un crocevia di biografie diverse: il pensionato che scopre un mestiere nuovo, il disoccupato che si adatta, il veterano che porta con sé la memoria di un’epoca diversa. Tutti accomunati da quindici franchi all’ora, da giornate che iniziano all’alba e da un’uva che, quest’anno, sa di zucchero concentrato e di estate difficile.

Il confine tra Lombardia e Ticino scompare tra i filari, dove l’identità di chi lavora è semplicemente quella di chi ha scelto di essere lì, con le mani nell’uva e la schiena sotto il sole di fine settembre.

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